“Quando sei nel deserto, lascia cadere ogni cosa che non sia Dio.”
Charles de Foucauld
Alle otto del mattino io non ero morto. La mamma di Roberto sì. Ho sentito mia madre ricevere la notizia per telefono, proprio nella mia stanza; non strillava, ma ho aperto gli occhi e l’ho sentito. È morta dopo un anno di agonia; le macchie nere l’hanno consumata, e proprio come mi aveva detto Roberto - l’hanno finita, dopo averla ridotta a un piccolo mucchietto d’ossa-.
Mi sono riaddormentato.
Dopo qualche ora ero di nuovo sveglio. Fine del sonno stavolta. Erano le dieci ed ho deciso di prepararmi. Non sapevo bene cosa fare, allora l’ho chiesto a Claudia. Le ho scritto un sms.
- La madre di Roberto è morta. Saputa la notizia mi sono riaddormentato. Sono una brutta persona? Non so cosa devo fare, aiutami. -
Come logico mi ha chiamato. Era dispiaciuta del mio dispiacere. Roberto è un caro amico, ma la madre doveva morire. Era giusto così. Claudia ha cercato di rincuorarmi, una pratica barbara, ma mi ha anche detto di attivarmi, di non telefonarlo, di scendere e andare coraggioso e occhi bassi a casa sua. Gli occhi bassi sono doverosi in questi casi; la terra contiene tutta la sofferenza, e guardarla ammette il nostro essere prostrato a essa.
Ho riattaccato ma non ho potuto fare a meno di dirle ti amo. Poi nel bagno ho pensato che avrei dovuto risparmiarmelo, almeno stavolta, anche se mi faceva male la schiena e avevo l’anima a pezzi. L’amore era un affare da deboli.
Mi sono lavato come tutti gli esseri umani ancora vivi. I denti con calma e il sapone sotto le ascelle. Il resto l’ho lasciato per tempi migliori. Dovevo far presto.
Mia madre mi ha accolto in cucina come un veterano di ritorno dal campo di guerra. Non ci entro spesso, la capisco. Prima ha sorriso forte, e pure le mie zie, intenti ai fornelli con famelica passione hanno cominciato a starnazzare un sacco di gioiosi nipote mio come stai?, ti sei sciupato! e copriti bene che fa freddo!. Poi Lei si è ricordata della tristezza che potevo provare in quel momento, e allora si è incupita. Come a teatro. Non che sia una persona meschina o falsa, ma aveva una pizzetta fritta triturata proprio nella bocca, ed erano le 11 del mattino e non sono proprio riuscito a crederle. Sono andato via, costipato in volto per il troppo rumore. Fuori faceva davvero freddo.
Il cielo era nascosto dietro un solito blu. Le macchine gorgogliavano il loro stress per l’essere in strada. Intere famiglie se ne stavano stipate lì, ai miei occhi, senza un apparente motivo. Un bambino aveva la bocca a ventosa su di un finestrino, faceva boccacce mentre una madre parlava a un marito distratto; una figlia guardava lontano. Parevano Anime sottovuoto, pronte ad esondare da un momento all’altro.
Al sole non ci feci caso, soprattutto per via del freddo. Un freddo misterioso, proveniente da chissà dove. Guardai sopra, verso il balcone di casa Manzi; ci scorsi Roberto affacciato, la testa come un ago di bussola che puntava al Nord poiché solo questo poteva. Ritrassi subito lo sguardo, avevo paura di incrociare i suoi occhi da così lontano, tanto da non potergli elargire il mio cordoglio. Cominciai a fumare aspettando Massimo. Appena arrivò dentro i suoi abiti sciatti, avemmo poco da dirci. Salimmo quasi in silenzio.
Nell’ascensore che ci portò al quarto piano, pensai più di tutto alla paura. La prima che avevo in mente era di non avere lacrime. Bisogna averne in questi casi, dimostrare una faccia triste, prostrata, immutabile. Non basta soltanto l’onestà dell’anima. Sentirsi realmente dispiaciuti, sofferenti, non basta di certo. Non in questi casi, quando incontri le facce dei parenti, degli amici che non sono i tuoi, devi dimostrare qualcosa. Mostrare con forza la propria angoscia, questo ti serve. Perché non puoi capire come ci si sente a perdere una madre, ancora non lo sai, e allora te lo devi immaginare, per rispetto, devi corrucciare il volto, assumere un’espressione di assoluta mestizia. Non è teatro, non è assolutamente artificio. Si tratta di paura. Della paura che tutti hanno nel non soffrire delle disgrazie altrui; che può renderti insicuro, e poi gretto, iniquo e inutile, tanto che finisci per interessarti a quella degli altri. E poi si comincia a giudicare, valutare, sparlare senza riguardo, forse senza alcun rispetto, così addirittura da innescare un meccanismo: nessuno si preoccupa di chi soffre realmente: dei figli, del marito, di quelle persone che ora sono un po’ più sole; del padre di chi è morto, che ho trovato appena varcata la soglia della casa, piegato sulle ginocchia come un peccatore, ai piedi di un letto freddo che conteneva un mucchietto di ossa ingiallite dalla morte, che una volta erano state sua figlia. Un tempo così lontano, mi dissero i suoi occhi.
Il primo di una lunga serie di abbracci lo concessi al padre di Roberto. Il signor Manzi aveva gli occhiali gonfi dalle lacrime, i pochi capelli in rivolta da una notte luttuosa. Era grasso e alto, e quando fece per abbassarsi su di me, dalla maglietta slabbrata gli vidi un cuore a pezzi. Non so quanto c’entri l’amore in questi casi, ma perdere qualcuno che hai accanto da più di vent’anni, deve essere davvero dura. Ripeteva dei grazie in continuazione. Era garbato e ostinato, mentre dalle mie spalle sentivo arrivare quella parola ripetuta con abnegazione, quasi come se io fossi lì per resuscitarla. Gli carezzai la testa come a un bambino, gli chiesi di farsi forza, gli dissi che mi dispiaceva, e i miei occhi presero subito a dimostrarlo.
Quando incontrai Roberto, immerso in un corridoio di facce sommesse, piangevo forte e coraggioso. Ne fui felice, ma abbracciandolo tutto si diradò. Un momento di lealtà pervase l’intera casa, ero davvero triste, angosciato, per la sua perdita. Ero quello che si dice il migliore amico di Roberto, e il suo pianto liberatorio sopra le mie spalle era colmo di verità, verità assurda che solo alcune morti possono concedere agli uomini. Alcune persone intorno presero a darmi forza. Mi davano pacche sulle spalle come se fosse la mia, quella madre muta distesa su lenzuola pulite, all’inizio del suo unico per sempre. Mi sentii libero. E la libertà si sa, è una parola che accontenta tutti, anche se non significa niente. Specialmente davanti ad una persona morta.
C’era uno strano e atavico senso d’idolatria nell’aria. Sentivo borbottare di santi, medici e destini; tutti parevano avere una buona parola. Tutti quelli che ascoltavano, sembravano uditori attenti di parole piene di grazia. Alle veglie nessuno è fuori posto. Il solo fatto di esserci sembra avvolgere ogni avventore di un umile velo di umanità. Le mani s’incrociavano dappertutto, e i più coraggiosi presero persino a sorridere ai nuovi arrivati, che giungevano come mazzi di rose alle porte della prima ballerina. Solerti e scorrevoli, quell’entrata mi apparve quella di un supermarket con un’offerta da non perdere. Erano tutti impazienti, qualcuno colmo di voluttuosa ansietà nel volere incontrare gli afflitti. Alcuni li vedevo andare a piè veloce attraverso i piccoli corridoi del focolare, occhi di rana tumefatti pronti a condolersi con la prima vittima che capitasse a tiro.
Cominciai a riconoscerne qualcuno. C’era Andrea, lo zio fiorentino di Roberto. Il fratello ben piazzato della signora Manzi. Scarpe firmate edulcoravano i suoi passi, un maglioncino di Kashmir verde acqua lo teneva caldo e sorridente, che proprio non gli davi un’aria funerea. Sorrideva, dietro quei suoi occhialini platinati, tanto che pensai che uno dei due fosse stato adottato. Non volli giudicare lo stato d’animo, ma notai certamente il suo fedifrago modo d’approcciarsi ad alcune colleghe della sorella giunte in quella casa per l’ultimo saluto. Conclusi quel mio pensiero adducendo come motivo per tale atteggiamento la lontananza forzata protrattasi per così tanto tempo: quando è il ricordo di qualcuno che ami e non la sua faccia, la morte probabilmente non trova nulla da uccidere.
Capivo bene ora l’importanza degli occhiali da sole. Servivano a tutti, quasi tutti li avevano. Gli occhi hanno da dire molte più cose di noi. La verità spesso è scomoda, e allora tutti preferiscono mascherarla bene; dietro i loro occhiali da sole tutti si muovevano compassati, con ferale calma portavano in dono il loro ultimo saluto che per alcuni era appena il primo. Ce n’erano tanti lì, ne sono sicuro, che mai l’avevano fermata per strada, mai un come stai; vicini che mai si erano fatti imprestare il sale. Andare a casa di un morto è anche piuttosto un avvenimento al quale non poter mancare. Partecipare al dolore altrui in fondo è facile. E poi lo devi fare. C’era persino l’amante del marito della morta. Ci sono proprio tutti alla tua veglia funebre, che è un peccato invece che proprio tu sia costretto a mancare. È strano. Era strano per me sentire tutti quei è meglio che sia andata così dietro i quali ancora, si proteggeva la gente. La capivo tutta quella loro paura, ma non capivo perché continuavano a sfoggiarla in maniera così indecente, così assurda. Tranne i superstiti, tutti emettevano grosse sillabe di marmo, che messe insieme creavano un muro orrendo, meschino, inqualificabile persino per una prigione. Pensai che quando sarebbe morto qualcuno di così vicino a me, mai avrei voluto tutta quella gente per casa intenta a bere caffè e scambiarsi convenevoli, vaneggiando idiozie borghesi sulla Fine o su come ora la famiglia debba farsi forza.
Pare che la speranza la vendano tutti e dappertutto. Le vie d’uscita sembrano essere pane quotidiano; tutti ad acclamare il tempo che passando cancellerà ogni traccia di sofferenza. Per fortuna non udii nessuno accennare al dolore provocato dai bei ricordi.
Non me ne resi conto, ma di un tratto tutto finì. Restammo in otto: io, Mauro, la ragazza di Roberto, e lui con tutta la sua famiglia. Mi spinsi dentro per cercare un accendino. La povera salma sembrò sorridermi.
Erano di nuovo le otto. Il giorno dopo. Di lì a poco ci sarebbe stato il funerale. La schiena mi doleva per la notte prima. Avevo dormito poco e male.
Ieri Claudia mi fu vicina. Nel pomeriggio era venuta su anche lei, per salutare Roberto. Non che dovesse, si conoscevano a stento, ma volle esserci, volle comparire di fianco al dolore del suo uomo. Si piazzò lì, di fianco a me, senza emettere suono. Fu garbata nel mio dolore. Lo conosceva appena Roberto, ma pochi anni prima aveva vissuto una cosa simile; la madre del suo primo amore se n’era andata. In modo simile, per quanto ne so. I poveri muoiono sempre allo stesso modo: i ricchi almeno hanno fantasia. Se ne stette lì, poggiata a me, bellissima e tutta in nero. Una perfetta donna intristita dalla morte. Roberto non se ne accorse logicamente, ma Claudia fu la migliore donna a lutto di tutta la casa. Qualcosa che forse le era congeniale, non so.
La guardavo guardare la gente, immedesimarsi in modo pio nel loro dolore, che per molti di loro io sapevo finto. Forse ritornò nella casa del suo primo amore, perché fu come assente per un sacco di tempo. Mentre cercavo di essere d’aiuto preparando caffè o parlottando di calcio con Roberto, vidi i suoi occhi altrove, percepii lontani i suoi pensieri; la gelosia cominciò a pervadermi come spesso faceva, m’infuocò.
- A cosa pensi? –
- A niente. A cosa dovrei pensare? –
- Non lo so, dovresti dirmelo tu. –
I suoi occhi si voltarono come tacchi pronti a portarla via, e fu così che una rabbia insoluta mi esplose nel petto, smisi la ragione, la tirai via per un braccio.
- Su! Ammettilo! Stai pensando a quello, di nuovo, a quando gli stavi vicino… a tutto il resto! –
- Sei pazzo Fred, che cazzo ti prende? È morta la madre di un tuo amico e tu stai qui a fare congetture su cosa possa mai pensare io? A cosa devo pensare? Mi dispiace per Roberto, per suo fratello, per suo padre, per suo nonno… a questo penso. Sei proprio uno stronzo! –
La guardai con lo sdegno negli occhi, come se l’avessi sorpresa a novanta gradi di fianco la culla di nostro figlio ad ansimare sotto le sferzate del mio migliore amico.
- Sei una troia, Claudia! È sempre la solita storia… -
Reagì come doveva. Mi sputò in faccia qualcos’altro e il suo odio, s’infilò il cappotto e lentamente corse via per non destare nell’occhio. Per un attimo mi proposi di raggiungerla, ma c’era già un morto di là; pensai che per oggi potesse bastare.
Dopo dieci minuti provai disgusto. Per me, per lei, per tutti gli ex ancora vivi sulla faccia della terra. Per l’egoismo che sostituiva dentro di me la leale compassione per Roberto con il meschino odio verso Claudia. Provai disgusto soprattutto per me, e per quell’altra ora che passai in quella casa col pensiero totalmente rivolto a dove fosse Claudia, se pensava a me o a quel ricordo ancora forte anch’esso orfano di una madre.
La notte era passata insonne, tormentata, ma poi chiamò.
- Dai facciamo pace Amore. Mi manchi. –
Per fortuna non avevo scelta, potevo soltanto amarla una così.
- Mi manchi anche tu. Sono stato uno stronzo. Lo sai che impazzisco se ti sento lontana. –
- Ero soltanto triste, Fred. Triste per chi muore, triste per chi resta. Non puoi credere che pensi a lui ogni volta che giro la faccia..… -.
- Beh, probabilmente hai ragione, ma tu cerca di girarla il meno possibile… -.
Fui risoluto con punte d’incazzatura ma Claudia sembrò comunque accettare di buon grado le mie gelose e stupide richieste. Ci scambiammo qualche piccola carezza rincuorante, e poi attaccai per via dell’imminente funerale. Posai stanco e ancora innamorato. Claudia proprio non ne voleva sapere di assecondare la mia pazzia. L’amore bastava per tutto, bastava soltanto quello per asfaltare ogni santo giorno. L’amore, qualche volta, bastava davvero per tutto.
Scesi assonnato e stanco. Una vecchia indolenza mi vestiva ancor più del lutto. Erano le 10 e 45 e dal palazzo di casa Manzi vidi venir fuori uno stuolo di persone a capo chino e abiti monocromatici. Scorsi parecchie facce viste il giorno antecedente; cercai subito d’accodarmi alla parata della Morte, in marcia verso la chiesa. M’incolonnai fra la vicina di casa mora e procace dei Manzi e i proprietari della salumeria di zona: due simpatici vecchi puteolani con la faccia di mozzarella e i capelli bianchi. Portai le ruote da solo per un po’, fino a ché Sandro non mi si mise dietro.
- Lascia fare a me, Fred. –
Così feci, perché ne avevo bisogno. Ero stanco sino all’osso, e avrei preferito di gran lunga avere Claudia di fianco. Roberto lo vidi davanti a tutti, come conviene nella classifica del dolore. Si teneva stretto al fratello, un bravo e timido ragazzo troppo strano e taciturno per resistere in questa vita. Di schiena nessuno piangeva. C’era molta gente, ma non così tanta. Quando spesso immaginavo il mio funerale, ne ammassavo centinaia, migliaia forse, tutti piangenti e prostrati alla mia grandezza; una grandezza umana e intellettuale che mi auto attestavo, cosa questa tra le più assurde del mio sognare.
Percorrendo Via Hemingway, capii perfettamente l’espressione religioso silenzio. Il rumore dei passi si confondeva con il nervosismo delle auto che precedevano il piccolo corteo. Giunti alla chiesa, scelsi di non entrare. Non era il mio spettacolo, io potevo morire in qualsiasi altro momento. Mi sentii persino invidioso nell’assistere a tutte quelle dimostrazioni di rispetto. Cominciai a fumare, guardando negli occhi gli altri indolenti. Non capivo. Non capivo perché è soltanto da morti che finiamo per interessare alla gente. Da vivi passiamo spesso inosservati, o peggio diveniamo soggetti di critiche e malevola indifferenza. Conoscevo poco la signora Chiara. La conoscevo come puoi conoscere la madre di un tuo amico, una signora di quartiere. Era sempre gentile con me, da quando ero diventato grande. Da piccolo pare che non vedesse di buon occhio il fatto che mi frequentassi con Roberto, ma di questa cosa non gliene ho mai fatto una colpa. Sapevo che era un po’ pazza. Tutti lo sapevano. Ma quella pazzia a me piaceva. La rendeva, ai miei occhi, vera. Urlava per le scappatelle del marito, fracassava bicchieri e piatti dentro i muri inermi. Un giorno, mentre io e qualche altro eravamo di sotto, lanciò dal balcone il cellulare del marito, che per poco non si ruppe sulla mia testa. Ricordo che alzai gli occhi ridendo, sperando che un giorno Claudia non si trovasse mai a scoprire un mio tradimento.
Dalla Chiesa uscirono tutti con in testa la bara. Mi feci da parte, ma subito fuori Roberto venne verso di me, piangendo ancora, abbracciandomi ancora e io ancora piansi. Ancora qualcuno mi rincuorò, e allora mi convinsi che forse ero davvero morto anch’io.
Mentre il carro funebre fuggiva via, dalla strada comparve un lugubre chiacchiericcio di convenienti formalità che fece incetta dei cuori e si sostituì a tutta quella che ora apparve gretta tristezza. Salutai qualcuno, e mi diressi verso casa insieme agli amici di sempre. Ci fermammo per un caffè, e le chiacchierate ripresero a farsi vive come se nulla fosse accaduto. Persino Roberto denunciò una discreta sofferenza a farsi trovare triste. Finimmo per parlare di calcio, di donne (d’altronde le madri smettono di essere donne), di qualsiasi altra cosa.
A casa ricorsi allo specchio. La vita stava invecchiandomi senza avvisarmi; qualche capello bianco, la bocca increspata più del mare, lo sguardo cupo di chi è stanco di guardare; non c’ero più io riflesso in quello specchio, non almeno l’io che ricordavo di essere. Poi si erano messe pure le donne, i dadi, i tuoi genitori, le attese, le morti, i sogni; tutte partecipavano al tuo declino, inconsapevoli le une delle altre, e per questo ancora più distruttive. Qualcuno assennato mi diceva ‘fregatene’. Io mi rispondevo che sfidavo chiunque essere umano che se ne fregava delle cose cattive, a godersi quelle buone. Era un naturale meccanismo che ognuno di noi possiede. Senza capire l’une, non potevamo godere delle altre. Potevi ritenerti soddisfatto se le cose che ti consumavano erano più lente di quelle che ti avrebbero ammazzato.
Il male della signora Chiara ci ha messo un anno a fiaccarla. Spero che in tutto questo tempo lei abbia continuato a sentirsi viva. Come mi sento io, quando batto questi tasti nella speranza che i ricordi non si mescolino con l’onestà. È una necessità per me, persino davanti ad una cosa così tragica, tragica soprattutto per una persona a me cara.
Ma non posso farci niente, le cose devo vederle scritte sui miei fogli per avvertirne la consistenza. Ecco perché la madre di Roberto in realtà ha cominciato a morire pochi istanti fa, mentre di me che ne ho scritto, non so cosa dire a riguardo.