lunedì, 26 ottobre 2009
E' di qualche anno fa. L'ho trovata nascosta tra file di video porno e testi di canzoni scritte di mio pugno. Mi è sembrata una cosa bellissima, bellissima perché scritta in uno di quegli assurdi momenti di verità umana. Una verità ostruita da alcun lato. Dovevo fermarla da qualche parte, ed allora eccola qui.
13 Dicembre 2007.
E' finita con me rilassato che gli parlavo di te sempre dandogli del Lei. è corto come uno spillo, e la faccia, la sua di bravo ragazzo, mi ricorda proprio quella di un mio vecchio compagno d'estate. cerca di saperne molto di quel che gli compete, e questa cosa mi piace. Mi ha permesso di fugarmi qualche dubbio, e di fumarmi persino una sigaretta. Mi ha detto che la cosa difficile, per i malati, è di coniugare la patologia del corpo con quella del vivere sociale. Aveva dei buoni intenti tatuati nelle parole ma si vedeva, era principalmente uno di quegli uomini che hanno fatto del pensare didattico tutta la loro vita. il poco agire ti rende lo sguardo torvo e spento.  come ti ho accennato, ci siamo poi buttati sulla "vita". che stupidata, gli ho detto, tutto questo affannarsi. Io, ho poi continuato, voglio solo scrivere un grande romanzo, e dare un figlio alla mia donna E . Poi lui mi ha persino sorpreso, quando, parlando delle persone "come me" (carino questo sfoggiare la differenza tra me e lui, non trovi?) ha così detto: - che in fondo c'è da lottare, e quelli che non lo fanno, sono dei parassiti (li ha proprio chiamati così!) e dovrebbero capire che una possibilità ce l'hanno sempre: uccidersi. - non sono riuscito a dargli torto, ma nemmeno ho biasimato a concetto i miei simili che sentono crollare il mondo ogni giorno di più. Puoi mica incolpare gli uomini per la propria natura oscena?
Di cose importanti, importanti per me e te, ce ne siamo detti. In verità le buone sono uscite tutte dalla sua bocca bitorzoluta. Potrò avere dei figli, Elv. Ho una capacità spermatica pari a quella di un elefante. Inutile dirlo, all'idea di quei batuffoli di carne ho solo accostato il tuo ventre di madre, le tue carezze di donna amorevole e forte. Nient'altro m'è passato per la testa, se non noi al capezzale del nostro futuro. Sono felice nel pensare che un qualcosa a cui possa contribuire anche io abbia come prima incantevole visione il tuo viso scolpito nella meraviglia. Mi ha detto di non bere molto in termini di vino(pare essere un amatore di riguardo. Il capodanno lo passerà a San Gimigliano, due passi da Siena. Zona chiantigiana), ma ha poi anche aggiunto che un paio di bicchieri non mi uccideranno mica...
 
ce n'è di cose per farlo impazzire un uomo: i suoi reni, la sua schiena, la sua testa, le nevrosi, gli acciacchi, il lavoro, i sogni, il cuore; mentre da dentro i suoi occhialini da laureato mi diceva che no, non sarei morto così facilmente, mica ho tanto avuto da sorridere. è subito entrato in gioco un altro meccanismo: come avrei vissuto gli anni? sarei morto d'altro, ma quando? il resto del tempo me la sarei cavata o me lo sarei goduto? Ingannevoli le domande, ma tu eri la risposta a tutto. Tu e queste. Questi involtini di parole affumicati, dietetici ma riempitivi.
Quando ci siamo messi a parlare di sesso, per ben due volte si è assicurato che mia madre non ascoltasse. Aveva più riserbo di me, ma io lo sapevo, mia mamma trepidava soltanto per l'attesa del conto (salato per lei) da pagare. E allora giù con erezioni, rapporti, come, quando e con chi. Dovete sentirvi a vostro agio, dovete non avere pressioni. Sembrava un terapeuta sessuale, ed era strano, perché non ce l'aveva proprio la faccia di "chi se lo gode". Sua moglie è laureata in lettere e ha vinto proprio quel concorso di cui tu mi parlasti ieri, riferendoti a tua sorella. 16 su 4 mila persone. Dev'essere raccomandata; o troppo bona o troppo brutta; o completamente esarcebata da studio e nozioni. Ho fantasticato per qualche minuto sulla risposta, ma poi abbiamo ricominciato a filosofeggiare. Voleva per un attimo farmi credere che un disabile istruito o proveniente da famiglia "bene", se la passasse meglio di uno con contrari attributi. Gli ho detto la mia, che verteva sul fatto che c'è molto più insano pietismo nei circoli borghesi che in quelli popolari. Anche se, qui a ragion per lui, c'è da dire che per vivere al meglio una situazione del genere (non è cosa da poco. Né da molto) bisogna che l'intelletto t'aiuti. Almeno un po'. Ma non c'è bisogno di superflua ricchezza o genitori aristocratici, o peggio ancora borghesi perbenisti. Si muore dappertutto, e per alcuni tutte le mattine. C'è una trappola che spesso chiamiamo vita, che ad alcuni di noi esseri umani non allenta mai la presa. Il morso dei giorni inutili, sofferenti e per lo più così diversi da quelli di tutti gli altri, a molti appare come un muro insormontabile, invalicabile, e per questo si lasciano cadere le braccia, che da conserte s'afflosciano lungo i fianchi schiacciati da decenni di immobilità.
 
è finita con lui che stringeva due banconote arancioni fra le mani, come un contadino con le sue pere appena colte. Aperto il grande portono dell'atrio, si è trovato il muso rabbioso del mondo a fargli capire che c'è sempre qualcosa di cattivo che veglia su di noi. In questo caso era Fritz, il mio stupido cane nero, che gli ha ringhiato addosso 100 euro di paura, che lo hanno fatto saltare e sbattere con forza il portone, che quasi lo rompeva. Si è scusato come un bambino, e ci ha ringraziato come un bambino, forse per quei cento euro, forse felice perché usciva di casa con essi, senza essere morto, o morso, o tutte e due le cose.
 
Ora sono salito, ho mangiato con la famiglia. 10 minuti, per farmi dire da mia sorella che mangio troppo velocemente, voracemente, senza assaporare a sentir lei. Ho dovuto finanche darle ragione; ho un disturbo alimentare, ho convenuto, dettato dalla paura infame di ingrassare. Oramai il cibo per me è l'ennesima ghiogliottina. Peccato, perché credo che quegli gnocchi fossero davvero buoni. Alla torta ho detto passo, anche se mi allettava. Non voglio che mi lasci perché inbufalito. Dovrò fare qualcosa di serio per farmi lasciare, come farmi smettere d'amare magari. Ah, mia madre e mia sorella ti avevano invitato a pranzo o magari a cena o magari una fetta di torta ricotta e pera, o magari.
Ho declinato e ringraziato a nome tuo. Oramai mi sento te, e vorrei che tu ti sentissi me, anche se sei lontana lì, con quella gente che ti ricorda quando io nemmeno esistevo nella tua testa.
Tu invece nella mia ci sei da sempre, da quando passasti veloce seduta dietro quel piccolo motorino verde; tornasti indietro per salutare Cristina, io le ero di fianco.
Ciao Alberto; Ciao Amore della mia vita, avrei voluto rispondere, ma sorrisi soltanto, ebetito dall'idea di così tanta bellezza, bramando un giorno di averla mia, e con lei sognare di vivere per sempre.
Qualsiasi cosa sarà questa vita.
 
 
 
Ti amo.
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sabato, 12 settembre 2009
Qualche ricordo sparso, ricordi di una vita. Se dovessi raccontare qualcosa di specifico, dovrei farlo di quella volta, una di quelle volte che venivate a prenderci, a me e il mio amico, tuo figlio. Ci prendevate di mattina, con la testa ancora sconvolta, dentro e fuori, da limpidi e oscene serate d’estate, tu e tua moglie. Venivate di buon mattino, verso le otto. Capitava che ci rifiutavamo, stanchi, e troppo giovani com’eravamo per andare a fare scampagnate fuori città con due vecchi com’eri tu.
Quella mattina successe come tutte le altre, che tua moglie mi veniva a svegliare fin dentro il letto, con la sua voce da tromba non accordata. – jamm albe’, svegliati, andiamoci a fare questa bella mangiata a Gaeta, su! –
Mi ricordo che mi giravo sempre con estrema educazione verso di lei, e la prima ed unica cosa che le chiedevo, era se Marco fosse già sveglio. Quella mattina, come tutte le altre, rispose di sì; di sì, anche se non era vero.
Mentre andavamo tu non parlavi, guidavi. Con quell’aria da Jacques Brel, come ti vedevo io. Una mano sul volante, nell’altra sigaretta, mentre dietro di noi tua moglie e tuo figlio erano così in sintonia nel parlare di politica, di sociale, dei prezzi dei supermercati. Tu invece no, tu te ne stavi lì con l’aria serena, quella barba arcigna che non ci trovavi un po’ di spazio nemmeno a farti strada con la fantasia; gli occhi più piccoli che avessi mai visto. L’aria del padre ti donava come un crocifisso sulla toga di un prete, ma sembravi non volerne sfruttare il fascino. Preferivi startene zitto, vecchio e consumato da una vita che come a tutti quelli della tua generazione aveva regalato il dopoguerra, lavori umili e qualche donna.
Quando arrivammo a sederci al tavolo, tu sembravi doverti riposare da una vita intera e non da un viaggio di un’ora. Tua moglie ti faceva da PR ed io e tuo figlio eravamo sempre troppo giovani per starti a sentire coi tuoi silenzi. Noi giravamo per il ristorante e tu, lo so, tenevi i gomiti saldati al capotavola e aspettavi, aspettavi che si compisse ancora una volta il miracolo. Di quello che ricordo io, chansonnier, le lunghe abbuffate erano la cosa che davvero ti mandava in paradiso. E tu non facevi niente per nasconderlo, ma non eri ossessivo. Non lo eri affatto, non lo eri per niente, nei confronti di nessuna cosa. Ogni volta che sedevi ad una tavola imbandita, sembravi sempre uno che non aveva mai visto un Natale. Le grandi abbuffate per te non erano un lusso, ma bensì doverose. Ti piaceva, lo davi a vedere, muoverti fra i contorni, prendere tutto di volta in volta senza tralasciare niente: melanzane, zucchine alla scapece, peperoni, funghi sott’olio, salamini piccanti, prosciutto di parma (sennò non c’era gusto, dicevi), olive ascolane, peperoncini verdi; pasta asciutta con ragù, tortelloni, linguine allo scoglio e ancora coniglio in salsa piccante, orata, salsicce alla brace, costolette, fiumi di vino. Interminabili fiumi di vino, pronti a lasciar scorrere quantità industriali di cibo che mandavi già senza alcuna remora, ma lentamente.
Anche quel giorno, in quel ristorante sopra il mare, andò così. Mangiammo carne, perché sapevi che la roba di mare a me non andava. Non battesti ciglio nemmeno lì. Ti adattasti, come uno sceicco senza 4 delle sue 40 mogli. Finimmo con del limoncello di Sorrento, gelato. Ci asciugò dalla calura estiva, in quei giorni non dava tregua. A dire il vero, non so esattamente quanto tu soffrissi il caldo, perché non parlavi mai. Le uniche parole che mi dicesti quel giorno, e forse le uniche rimaste per tutte le volte che ci siamo viste, furono queste: mangia, Alberto, che poi finisce.
Non avevi bisogno certo di dirmi altro, lo capisco.  E forse ti riferivi al cibo, o forse, come mi piace pensare, questa tua era una metafora per la vita tutta. Tu prendevi finché potevi, e lo hai fatto fino a ché hai potuto. Poi una mattina ti sei svegliato, e non parlavi più. Ti hanno operato, e il tuo lato destro ha smesso di funzionare.
Uscivi sempre meno, tuo figlio me lo diceva, e noi ci vedevamo sempre meno. Tranne quella sera, quella in cui giocava il napoli. Venisti da me a vedere la partita, e il napoli giocò così male che forse avresti preferito essere a tavola, o magari dormendo. A differenza di mio padre, tu non bestemmiavi mentre alcuni giocatori anonimi sbagliavano passaggi semplicissimi. Solo un attimo, un piccolo attimo in cui decisi di guardarti, dalla tua bocca piegata dalla malattia, vidi uscire un “ahhh” di disgusto. Di rivolta. E forse era per la squadra, o forse anche questa era la tua piccola sommossa nei confronti di una vita infame, che a 55 anni ti aveva occluso ogni strada per il futuro. Pian piano smettesti di fare ogni cosa, la prima fu il tuo lavoro. Poi finirono le passeggiate, i silenzi decisi da te, le scampagnate fuori porta per amare tua moglie o soltanto per sederti ad una tavola imbandita.
Poi devono essere finite pure le mangiate, perché senza avvisare nessuno, almeno nessuno di quelli che vivevano fuori dalla tua casa, hai deciso di mollare tutto, di far vincere questo insensibile Dio. Probabilmente devi aver pensato che una vita senza una forchetta armata, non può proprio essere combattuta. E gliel’hai data vinta.
Ma sono sicuro che non è uscita una sola parola di sconforto, dalla tua bocca. Sono convinto che nessun Dio, nessun Santo è morto fra le tue labbra. Non usavi la bocca per questi umani dinieghi. Preferivi aprirla per saggiare i tuoi piatti preferiti, e per saggiare anche tutto il resto. Ti ricordo paffuto, con quello sguardo alla Jacques Brel e quella barba così fitta da non poterti fare strada nemmeno con la fantasia.
Buon appetito, chansonnier. Ovunque tu sia diretto, spero potrai trovare sempre tavole pronte ad accoglierti.
postato da: alFREDoMele alle ore 03:04 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 15 luglio 2009
Se c’è una cosa che lo stile americano ci ha insegnato, è che se muori e Elton John non ti scrive una canzone non sei nessuno; ma è se te la scrive che devi cominciare a preoccuparti.
Non è l’America, Grumo Nevano; per fortuna. E per fortuna non c’era Elton John con nessuno dei suoi requiem. C’era soltanto una festa, una festa di piazza, piena di facce colorate e di bambini impazziti che mendicavano genitori distratti per poter scorazzare finalmente liberi. Aspettavamo E. E. non è arrivato, ma la sua voce è uscita imbonitrice come sempre, venuta giù, sembrava, direttamente dal monte più alto del mondo.
Sono partito molto carico da casa, in attesa del mio momento. Avevo portato con me una ventina di libri, frutto questi di uno scellerato patto col Diavolo; il mio, ha l’ufficio a piazza del Gesù, ma non è questa la cosa strana. La cosa strana è che ci sia gente come me ancora disposta a fare patti con lui nonostante riesca a sentirne la puzza a centinaia di metri di distanza. Quando una società mette in condizione un artista di dover acquistare la propria arte, è giunta al momento più basso della sua storia.
Di strada dritta non ce n’era, e credo non ce ne sia mai stata. Sulle mie ruote potrei vedere ancora la merda dei cani dell’Impero Romano, se cercassi bene. È tutto un miscuglio di passato, questa provincia: gli stand sembrano venuti fuori da una sagra balilla, i palazzi circostanti sembrano i residui fortunati di uno strano bombardamento; persino le facce degli astanti appaiono tutte più vecchie di almeno dieci anni, così che la 15enne ha già due figli, la trentenne è in menopausa, e la nonna ha bocciato Garibaldi per ben due volte: ma è soltanto l’estetica del tempo, che corre. Il resto è fermo, da queste parti. All’uscita di Grumo N. ci sono arrivato senza problemi. Ma non avevo idea di dove si trovasse il luogo prescelto. Girovagando un po’ per il paese mi sono subito reso conto di quanto esistano ancora posti diversi, posti dove il sabato è ancora una liturgia; dove esiste ancora il concetto di “attesa”, mentre quello di “riposo” non lo hanno mai dimenticato. Ai lati della mia auto pulsavano differenti tipi di nuclei familiari, tutti molto rappresentativi. A destra, oltre la portiera ammaccata, vedevo una famiglia abituale, con il padre che camminava di fianco alla moglie, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo vuoto ma non disperato, arreso piuttosto; i figli erano due: uno pregava un gelato che ha finito per diventargli make up nel passeggino e un altro camminava trotterellando, mantenendo come unica certezza la mano morta del padre. Erano famiglia da un pezzo, lo vedevo; ma gli uomini si arrendono comunque presto. Di lei madre ricordo il biancore, la schiena curva e un bel culo, che portato fuori dal suo mortifero focolaio avrebbe potuto ancora far stridere materassi.
Al lato buono, invece, quello più vicino al mio sguardo, si avvicendavano due sole coppie di passi, e il passeggino con dentro uno sbaglio. Era il padre stavolta a spingerlo. 21 anni al massimo. I capelli folti e pieni di gelatina, la faccia liscia e la pelle tirata come flettenti di archi olimpici. La vita, insomma, non l’aveva ancora ucciso: ci aveva pensato da solo. E avanzando a piccoli passi in un traffico che però sembrava cittadino, lo guardavo spingere sorridente ciò che era sangue del suo sangue, fonte di felicità mattutine, fiocina di genuini salti di gioia ogni volta che muoveva una manina; l’ultimo tassello della sua vita, se deciderà di non scappare o di non viverla: come un cadavere che vien giù dalla bara e comincia a portarsi anche lui a spalla. Felice. Perché ad un uomo potresti ancora chiedere qualcosa, da queste parti, ma per una diciottenne non è che ci sia tanto da discutere. Figli. Alcun’altra gioia, nessun altro dubbio. Non so se lei avesse finito le superiori, ma in realtà non so nemmeno se sapesse cosa sono ‘ste superiori. E non c’è proprio niente di anormale in questo, se poi riesci ad abbracciare una croce che credi l’unica possibile e creare una famiglia a meno di vent’anni, così che per i 50 sarete già tutti l’incubo l’uno dell’altra. Non c’è da dirselo: un elemento costitutivo di questi posti è la praticità. La cultura è relegata ai margini, insieme agli zingari scalmanati (a proposito: tieni duro M.!), a le donne che rubano i mariti altrui, agli imbroglioni di brave persone. La legalità può diventare un istinto, la cultura no. Se c’è da sudare, tra Tolstoj e la cardarella quasi tutti nel paese sceglieranno quest’ultima. Colui che s’orienterà verso Tolstoj non farà in tempo probabilmente a contagiarne un altro, che lo si saluterà alla stazione alle 9 del mattino, perché la provincia può andarti stretta come il pensiero continuo di una vita normale. Ecco perché in questa provincia i figli devi farli subito: guardare loro, sperando che riescano sempre a nasconderti ogni altra cosa.
 Ho infine stabilito senza merito che la madre grande ha battuto di almeno 4 lunghezze quella piccola. La giovinezza spesso è una tara, mentre l’andare degli anni acuisce il senso di vanità e di risalto. D’Amore preferisco ancora l’acqua alla fonte, ma per gli ormoni non c’è niente di meglio di un vacca che si dirige da sola e senza alcuna costrizione al macello.
Quando sono arrivato E. non era ancora venuto. In realtà alcune voci parlavano di lui seduto sull’Himalaya ad imbeccare sherpa, bigfoot e alci tibetane circa la rivoluzione comunista. Me lo immagino proprio il Vecchio con “Il Capitale” sotto al braccio, che bofonchia di quanto sia necessario cambiare le cose, in qualunque modo, in qualunque posto. Altro che nevi perenni.
Appena scesi dall’auto stavo per perdere l’uccello. Non era un buon presagio. M. mi ha guardato ridendo, come solo lui sa fare. Se i sorrisi fossero una malattia, M. andrebbe messo in quarantena e buttata via la chiave.
Ho cominciato a girare attraverso gli stand che riluccicavano di colori e odori mentre gli addetti ai lavori si affaticavano dietro gli ultimi preparativi. L’atmosfera era di quelle da “sabato nel villaggio”: festosa e d’attesa. Giovani uomini e ragazzine erano già intenti a perdersi tra la folla, composta perlopiù da vecchi signori dall’aria contadina e madri con i passeggini ben saldati alle mani. Quando è giunto il momento della presentazione ero già arrivato al 4 bicchiere di vino. A stomaco vuoto. Mentre mi dirigevo al tavolo adibito per l’occasione ho sentito venir meno le braccia (fossero state le gambe, si sarebbe trattato di miracolo) e la testa ha iniziato a fare giri tutti suoi. Erano quasi le 20, e di gente ce n’era abbastanza per dire messa, ma poca per qualsiasi altra cosa.
Per un colpo di fortuna sono arrivato accanto al moderatore, tale P. M., giornalista de “Il Roma”. Non ho notato alcunché di strano in lui, se non la sua ansia nel voler cominciare. Ha cominciato a farfugliare di quanto il mio libro fosse ben scritto, di quanto mi abbia conosciuto di più, leggendolo. Di solito, ho pensato, le donne che mi conoscono di più scappano o cominciano a scoparsi un altro. Non so proprio P.M. come abbia reagito, so soltanto che più mi accostava a Corso, Ferlinghetti, Ginsberg, e più io bevevo del vino cercando di tenere gli occhi bassi e non guardare alcuna verità.
In realtà c’era ben poco da guardare, a Grumo N. ; specie ora. 16 persone, di cui 9 vecchi, 2 tecnici del suono che stavano controllando l’audio per i concerti che si sarebbero tenuti dopo, 3 miei amici ma solo G. attivo nell’ascoltarmi e 2 mamme tra le quali nessuna di rilievo sessuale; i loro 4 bambini non contano, si sa, i bambini non pagano mai quello che non usano. Da grandi perdiamo anche questa rara utilità.
Ad un momento preciso del nostro discorrere, fra una domanda buona e un paio dovute, P.M. se n’è uscito così: - bevine un altro, Mile, e vomito io. –
Non mi si chiami Alfredo, se rifiuto un bicchiere. – Ora ti tocca farlo. –
Se quella fosse stata una vera presentazione, se Grumo N. fosse stata una vera città, se io fossi stato realmente Gregory Corso, se un Handicappato fosse un uomo normale a tutti gli effetti, se “Il Roma” fosse un vero giornale con veri giornalisti, se di tutte le donne che ho avuto almeno una mi avesse amato, allora quello sarebbe stato il momento più alto della mia vita. Ma non lo fu, perché niente di tutto questo è stato. E P.M era soltanto un altro cazzaro che cercava una frase ad effetto; proprio come me. All’improvviso poi, una voce dall’oltretomba ha chiesto di fare una domanda. Quella fatidica, incontestabile. – Di cosa parla questo libro ? –
Di cosa parlava questo libro? Probabilmente di tutte le volte che ho dovuto rispondere a questa domanda, ed ogni volta che l’ho fatto, ho sempre pensato ad Hank. – Parla di te, così dissi a chi domandava; di come affronti l’essere rimasto solo, vecchio, coi figli sparsi in cento altre vite tranne che nella tua. Parla di come ti avvicini alla morte, giorno dopo giorno. Parla di tutte le volte che avresti voluto piangere, e non l’hai fatto. Parla di tutte le donne concentrate dentro ad un’unica donna –
C’era mica da meravigliarsi. Dietro di loro avevano la scuola del loro paese, coi loro nipoti dentro, fatiscente come le loro vite. Davanti avevano uno strano tipo seduto in sedia a rotelle con le gambe palesemente accavallate e 7 bicchieri una volta colmi vino. Loro lo sapevano che sarebbe finita così, loro avrebbero dovuto saperlo. Ma la faccia della salma mi parve - ancora oggi che scrivo – davvero stupita; come se stesse pensando – come fa questo strano handicappato a sapere queste cose su di me? Mia moglie, pace all’anima sua, parlava troppo, l’ho sempre detto. Dannata lei e quando andava da quel cazzo di Armando il parrucchiere…-
Poi è finita e gli occhi hanno ricominciato a ridere. Ho bevuto ancora, ma ora lo spettacolo s’era animato di piccole fiche dai culi d’oro. Quando sono piccole hai la possibilità di godere soltanto della loro visione, poiché spesso non si portano dietro l’immagine dell’inferno che pure sempre rappresentano. Puoi ipotizzarne soltanto i numeri a letto, spesso solo presunti, e lasciare da parte le incredibili sofferenze che ti provocheranno. È stato così che ho ricominciato a prendere vita, lì. Grazie a degli anatomici paradisi. Niente di meglio di un paio di tette sode e grosse per mettermi di buon umore. Le migliori tra loro, per fortuna, avevano ragazzini di fianco che gli rivolgevano domande e attenzioni in continuazione. Qualcuno più ardito aveva una mano sul culo, provando a stabilirne l’appartenenza. – Sarà tua finché vorrà esserlo, giovane. –; io lo sapevo, ma ero anche uno che era invecchiato male e che era rimasto senza un culo di palpare, un culo con cui parlare.
Aspettando che G. suonasse ho mangiato due panini salsicce e melanzane e ho bevuto qualche altro bicchiere di vino. Claudia la pensavo sempre. L’ho pensata anche mentre mi dirigevo qui, e ho persino pianto. Ho pianto perché lei non c’era; ho pianto perché mi mancava; ho pianto perché è triste sapere che mentre tu pensi di volere qualcuno di fianco in auto tutta la vita, lei invece sta pensando a come dover scappare; ho pianto, perché quando pensavo a Claudia non mi era rimasto nient’altro da fare.
Per un attimo ho creduto di averla vista. Se ne stava seduta di fronte un 30enne con la barba coi buchi e gli occhiali spessi, come quei tipi che piacciono alla mia amica Rossella. Ma a Claudia no, a lei piacciono decisamente meno complicati e più carini (fatta eccezione per me); però sembrava lei. La cosa che più di tutte mi ha stranito è stato il fatto che stessero giocando a scacchi. Sotto un ombrellone serale. E proprio mentre ho messo a fuoco tutta la scena, Claudia (o qualsiasi altra donna) gli ha dato scacco matto. Ma lui non ha fatto una piega, le ha preso la mano affusolata e ha continuato come se tutto non fosse mai successo.
Due ore di musica sono passate allegramente lasciandomi ottime sensazioni. M. mi lanciava popcorn come se fossimo all’asilo, e dal palco G. mi ha fatto proprio essere fiero di potermi dire suo amico. P., poi, è immenso. Una voce roca e composta insieme, piena di venature di ogni tipo. Entrambi sono riusciti stasera a condurmi dove la musica deve saper portare, almeno quella buona: ovunque. Per me e G. credo sia stato amore a prima vista. Il giorno che ci siamo conosciuti lui mi ha detto: farai strada. E io ci ho creduto nonostante quella sera si bucarono entrambe le mie ruote. G. sembra non interessarsi mai del tutto a quello che dici, tranne poi spiazzandoti con la sua ineluttabile voglia di sapere come la pensi. G. è come una donna: ti fa constatare l’inferno proprio mentre ti ha lanciato beato nel suo paradiso.
M. è sembrato a suo agio per tutta la sera, nonostante la musica e l’arte non siano proprio il suo habitat naturale. Mi piace proprio per questo, M. È la parte di me che meno mi fa soffrire. Mi ricorda come sarei se non fossi handicappato e scrittore. Perverso e deforme; stanco e malandato. Gli ho chiesto più volte se si stesse annoiando, e di tutto punto ho ricevuto in faccia bicchieri vuoti, patatine morte di maionese, penne a sfera e cartacce d’ogni tipo. So bene che certe domande andrebbero evitate, ma non ci riesco: persino con le donne, quell’infame “a cosa stai pensando?” mi esce come pus da un brufolo che sai di non dover toccare, ma che cerchi di distruggere con tutte le tue forze. Il problema è che mi interessano le cose sbagliate. Il problema è che questa ragazza che ho davanti, con delle cosce di marmo bianco che preludono ad una fica carnosa e bollente, non è la mia. C’è sempre un ostacolo fra me e il “tutto a posto”. Non ci posso fare niente. M. lo sa, e mi vuole bene comunque. Claudia l’ha saputo, ed è andata via. Ognuno reagisce come può ai cancri della vita. Di certo dipende anche da quanto è grosso.
Nell’insieme la serata si è potuta dire riuscita. Il caldo ha dato una tregua a chiunque l’abbia chiesta, le stelle erano sempre un sacco sopra le teste, e chiunque lì aveva delle scarpe. Grumo N. non spiccherà per i buoni salotti magari, ma ognuno può andarsene quando vuole da qualsiasi posto. Mi sentivo sereno, io. Malinconicamente sereno. Un ubriaco sereno che passeggia di ruote aspettando la buona sorte; che conosce gli sguardi delle donne, ma dimentica sempre che saranno la sua fine.   Amavo sempre Claudia, anche se ora sapevo che il suo amore non c’era più, che forse non c’era mai stato. Ma pian piano l’amavo sempre più da lontano, come si amano i ricordi, senza consistenza, senza presunzione, senza la disperazione che dà l’amore perduto. Ma mentre le mie ruote passeggiano su queste strade rotte, con l’asfalto divelto e le bugie cresciute, non penso né a domani né a ieri. Non penso all’ancora del passato, ma piuttosto mi viene in mente Flaubert, che diceva che “se resti attaccato al passato, muori un po’ ogni giorno”, ed io ero già morto tutto intero e non avevo più niente da perdere. Per questo tutto era più tremendamente ironico di quanto si pensasse guardandomi negli occhi. Il vino e il cielo, il vento e la sera, le persone e i libri, ogni cosa era pronta a farsi vivere da me. Dovevo soltanto scegliere.
Ma non ho scelto. In compenso ho atteso che P., G. il resto del gruppo scendesse dal palco, per acclamarli come una groupie infoiata. P. ha riso di gusto sentendomi dire “mi hai fatto arrizzare”. Mi piace usare certe parole stonate. Mi piace pensare di renderle armoniche in qualsiasi momento. Siamo corsi verso i tavoli, qualcuno doveva rifocillarsi. Ci siamo seduti come i 7 cavalieri, e mentre qualcuno ordinava io ne ho lanciate due dal culo, proponendomi come un Artù sfasato e cronicamente depresso. La puzza delle scorregge si mimetizza bene fra le vergogne della gente. La verità, me lo chiedevo ora, era sopra quel palco, o forse mentre io parlavo di questo libro, o ancora, forse, a questo tavolo che attendeva panini caserecci e vino paesano. La verità è ovunque riesci a cercarla. Non c’è un posto dove non esista. Il problema risiede nel fatto di non volerla cercare. È meglio restare a mani basse, con le tasche vuote, parlando di soldi, dell’arte come un lavoro, di questa città balorda in cui la borghesia fa il brutto e il cattivo tempo. Non c’è più spazio, fra le parole, per gli arcobaleni. Possiamo soltanto stabilire chi è peggio di noi, chi sta peggio di noi. P. parlava e mi è sembrato voler dire qualcosa. Un pezzo di hamburger gli costringeva la glottide. Morirà o fingerà di farlo. In tutti e due i casi avrà vinto. Ci siamo io, G., P., M., M., M., R. al tavolo. Aspettiamo che Erri mandi il suo sherpa. Magari con qualche verità fra le pieghe dei calzini, o soltanto con lettere mie e sue stampate da mano dorate. L’Himalaya è davvero lontano, se ci penso.
Accelerando sulla strada del ritorno ho pensato che se mi fossi schiantato qualcuno avrebbe dovuto prendersi la briga di avvisare Elton.
postato da: alFREDoMele alle ore 03:35 | Permalink | commenti (10)
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domenica, 21 giugno 2009
Batte la pioggia irosa tanto da sembrare di sentirla sulla pelle, scavarti le ossa. Il cielo si squarcia al di là delle stelle, tutto è fragore tutto sembra venire giù: il cielo, le stupide stelle, le solite facce della gente delusa di sabato sera. Claudia è lì in mezzo a loro, per mia fortuna, sempre al riparo dalla verità e dal calore umano; è stata l’ennesimo bluff di una vita che sembra divertirsi a fregarti le ultime energie rimaste portandoti amori sbagliati, scrittori non ancora del tutto impazziti, amici lontani proprio quando hai più bisogno di loro. Non c’è più religione, nemmeno nelle chiese, che adesso servono ad imbonire turisti annoiati e a-m-a-b-i-l-i conoscitori d’opere d’arte. Il sacro è scomparso dappertutto mentre il profano non è mai del tutto tale. In questa notte di quasi estate, l’unica verità che resta è il pensiero d’un uomo anziano fermo ai lati della strada, ritto e con lo sguardo insolente, non curante della pioggia; mi avvicino a lui spingendo queste ruote, arrivo all’altezza dei suoi fianchi cercando di non guardarlo, non guardarlo negli occhi; e mentre dal cielo cadono migliaia di parole bagnate, la sua voce s’insinua nella mia testa, le sue parole pesano e provo a dimenticarle: non te l’hanno ancora detto? La Coscienza è morta.
Non ho paura di quello che succederà. Ma sono terrorizzato al pensiero che qualcosa mai potrà succedere. Ho avuto così tante donne sbagliate, che ora quella giusta non la riconoscerei nemmeno se si mettesse un cartello sul petto, con su scritto “Eccomi Alfredo”. Ma forse la vera paura dalla quale rifuggo non è tanto questa, quanto piuttosto il pensiero di non avere più niente da darle, quando arriverà. Lasciarmi sorprendere senza pelle, con ossa e cuore ben in vista, che basta passarmi accanto per avermi vissuto. Non ci sarà più niente da scoprire, più niente di cui sorprendersi. Mi sento come qualcuno a cui stiano portando via tutto, lentamente, volta dopo volta. Ogni scrittore, ogni donna, ogni viaggio dal quale torno, sembrano pretendere pezzi di me, mancanze alle quali ormai non riesco più a far fronte. Non so più farmi spazio, rubare aria e smorfie e carezze e notizie. Tutto quello che sono, lo sono già stato. Non posso più diventare niente, chiedete di me in giro, se mi volete. Andate a casa di Claudia, telefonate a Sara, bevete una birra con Bukowski morto, fatevi un giro a Bruges, se mi cercate. Mi sento come se non fossi più qui da tantissimo tempo, ormai. E se il mio cuore non mente, lo specchio sì, mostrandomi qualcosa che ricordo ma che non riconosco più. Riesco ancora a immaginare però il sapore che ha una fica nella mia bocca. Immagino le cosce tornite di una donna semplice, immagino di baciarle a lungo, di dissetarmi con del vino alla fine di un deserto. Forse la fica resta l’ultimo passaporto per il paradiso, e stanotte sento di dovermi abbandonare a lei. Ogni fica di ogni donna che ha voluto concedermela, diventa mezzo inferno per entrambi. Meno solitudine, meno inganno, meno angoscia, qualche attimo di speranza.  In fondo la scelta è stata anche mia, anche mia la recita della commedia umana, di questo disarmante modo di vivere. Come chi non ha niente da fare, scende di casa e s’innamora, anche io ho pagato il prezzo per cercare di avere tutto: verità e amore hanno bisogno di stare lontani. Innamorarmi delle donne che ho avuto, in fondo, è stato come cercare di vendere qualcosa ad un ebreo: ho finito per comprare ciò che era già mio.
Ieri ero un pazzo in mezzo a gente pazza. Sono andato sospinto dalla speranza alla presentazione di un libro di ricordi di vita o di guerra o forse di entrambi, scritto da un’amica del mio amico Vecchio. Soltanto che io ero sudato e la testa mi girava così tanto da farmi sperare di svenire e svegliarmi magari dopo qualche ora. Incastonati in prossimità dell’oro di Napoli, tutti avevamo un motivo per essere lì. Il mio era di conoscere finalmente il vecchio di persona, provare a rubare da lui attimi di speranza, di sorrisi, qualche regola, se mai ce ne siano. Quel vecchio così lungo e così magro mi ha fatto sorridere appena l’ho visto. Ho avuto paura potesse spezzarsi da un momento all’altro, malgrado si vedesse fosse di scorza dura e abituata alle intemperie. Mi sono precipitato da lui per avere qualcosa, ma poi ho capito che quelli come lui ce l’hanno fatta perché non ti lasciano niente. Rubano da ogni istante, e se vuoi provare a riprenderti qualcosa, beh, devi leggere uno dei suoi 23 libri, magari per andare sul sicuro, proprio quello che puzza di Nobel. Forse è stata soltanto la voglia di un giovane uomo come me di sentirsi per una volta sulla strada giusta; così che quando il vecchio ha scritto i suoi apprezzamenti alle mie parole, alla mia scrittura, ho lasciato che i sogni facessero il resto. E allora mi sono precipitato ieri, ho portato con me ossa e sangue e mente lucida. Poi il caldo, poi la sua nostalgia. Poi due ore a sperare che finisse, ma non finiva mai. Qualche strambo episodio successo permette al ricordo d’acuirsi, che altrimenti sarebbe già bello che morto. Perché è stato ieri, ma è stata anche un’agonia, lì dentro. È stato come amare Claudia; come svegliarsi certe mattine con i reni in fiamme, con dolori atroci lungo tutta la fascia lombare; come il rompersi di queste ruote fra i vicoli di Amsterdam; come  quando capii che quel medico che disse “non credo ce la farà” proprio mentre io passavo, stava parlando di me. Poi ce l’ho fatta però, e poi le due ore sono passate e i miei reni reggono ancora qualche bevuta e le mani di Claudia che mi accudiscono e mi accarezzano non le dimenticherò mai finché campo.
L’ho aspettato alla fine della presentazione, il vecchio. Da lontano gli vedevo il sorriso riflettersi nelle facce adoranti di qualche stupido lettore. Erano tutti vogliosi di succhiargli quel piccolo e tenero cazzo che si ritrova. Era giusto così. Era giusto così, per tutti quegli anni passati a scrivere, anche grandi cose. Gli anni non fanno un uomo, ma di certo qualche ottimo libro è un buon tentativo. E così lo guardavo, sorridendo anche io del suo piacere. Una coppia di facce vuote lo stava invitando non so a quale altra cazzata culturale, da celebrazione, da facciamoci le seghe a vicenda. Il vecchio, mi parve di sentire, rispose con non celato gaudio mentre io aspettavo il mio turno. Mi sono avvicinato al Re, ma l’udienza è durata poco, giusto il tempo di stabilire che sì, avremo pubblicato delle cose insieme; che sì, mi ringraziava per avergli portato il mio romanzo, gratis; che sì,  forse un giorno avremo bevuto del vino assieme; che sì, ci sono delle volte in cui gli uomini si sentono piccoli piccoli, mentre altri sembrano morire di nostalgia ricordando vecchie battaglie a cui sembrano interessarsi tutti, ma che nessuno potrà mai capire.
Come del resto proprio come il vecchio mi ha detto prima di lasciarmi andare: Alfrè, ma tu sei un’altra cosa. La tua vita è tutta un’altra cosa.
Mi sa che aveva ragione. Mi sa che dovrò farmene una ragione.
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giovedì, 30 aprile 2009
Sento sempre dire che qui da noi è impossibile vivere. In realtà non ho nulla da eccepire su quest’affermazione, ma c’è qualcosa che mi fa pensare. Starsene qui spesso diventa impossibile, non c’è dubbio: le mattine che cominciano col risveglio dei fruttivendoli ancor prima del rumore dei gas di scarico, le urla dai balconi di tutte quelle donne che devono inventarsi una giornata da vivere e mantenere le tradizioni, le strade accozzate di gente che si finisce per tamponare l’un l’altra e sembra tampinarsi per rubarsi la borsa a vicenda, i vu’ cumpra’, i falchi, i motorini come rasoi che ti passano ad un pelo dal viso, i tassisti più indisciplinati del mondo (se non siete stati a Calcutta), i borseggiatori, gli zingari, i lavavetri, gli alieni, i guappi che ti guardano come se volessero rubarti l’anima perché non sanno che te la sei già venduta per riuscire a vivere qui, in pace. Perché qui c’è da perdere la testa, tanto che c’è da girarla dall’altra parte. Ma chi riuscirebbe a viverci in un posto dove sai di poter morire soltanto perché non cammini ad occhi bassi? E allora non lo sai. Chi potrebbe fare finta di niente, sapendo che per avere ciò che spetta di diritto bisogna pagare qualcuno per far sì che quel diritto si concretizzi? E allora lo fai anche tu, così che diventa normale, così che è come il fatto dell’uovo e la gallina, e chi è nato prima alzasse la mano.
È come se ti spettasse niente qui. Come se ci stessimo rubando gli anni. Li stiamo rubando a qualche assessore, a qualche dottore dell’Asl, a qualche giudice, a qualche medico, a qualche infermiere, agli spazzini, ai politici, soprattutto ai politici, ai mafiosi quelli tosti e seri, ai guappi nelle A3 nere che si svegliano a mezzogiorno perché di notte ti portano la roba fino a sotto casa. È come se noi che ci vivessimo, avessimo ideato, testato e approvato, un sistema clientelare che regola le più normali (e anormali) azioni compiute nella quotidianità. E questo modus operandi, ce lo portiamo ovunque. Non ci lascia mai. Ad esempio io, quando mi trovai ricoverato in una nebbiosa località lombarda, prima di una difficile operazione e conscio di dover affrontare una lunga degenza, mi informai delle marche di sigarette che fumavano tutti gli infermieri del mio reparto. Più quelle dei medici, degli anestesisti, e persino delle due caposala austere e gelide come i venti che circolavano da quelle parti. Ricordo che quei 600 euro circa, non mi pesarono in alcun modo. Per me era normale ungere gli ingranaggi. A modo nostro, sia chiaro. Perché da queste parti le mazzette le pagano soltanto le solite persone; i costruttori per gli appalti, i commercianti per le licenze e i politici per farsi eleggere. Noi, in quanto popolino, ci limitiamo a delle piccole attenzioni (cesti natalizi, telefonini, biglietti per lo stadio, sigarette, cesti pasquali) che fungono da rasserenatori di coscienza. “Se muoio, significa che così doveva andare”, perché ti senti apposto. Persino con Dio. E allora, prima dell’operazione, io SAPEVO che ognuno avrebbe fatto il suo dovere, e il fumo catramoso che sarebbe uscito dalle loro bocche di lì in avanti, per qualche giorno, sarebbe stato il mio lasciapassare dai cunicoli dell’imperizia o addirittura dai meandri della sfiga.
Nei momenti di lucidità non ci resta che piangere, ma dura poco perché, e lo sanno tutti, noi ridiamo sempre. Anche quando ci lamentiamo. Persino gli idealisti, i “complottisti”, i rivoluzionari, anche loro alla fine ridono. Se la ridono. Perché basta una giornata di sole, un’ora di musica fatta bene, un gol insperato, e tutto torna com’era quando noi non c’eravamo ancora. Sulla terra.
E questa, si badi, è la nostra più grande forza. Centrifuga. Ci tiene attaccati al fondo, ma vivi. Da morire ci sarebbe e c’è ogni giorno, ma mica sarebbe possibile vivere così. Scendi, e la classica spada di Damocle che pende, che magari non ti fa vedere nemmeno il bel sole che ci sta…
No, non basterebbe qualche anno di piogge continue a farci cambiare. Prima di tutto, la città ingoierebbe se stessa tanto che è fracida, ma poi siamo famosi per non arrenderci mai, noialtri. Siamo capaci di denunciare le magagne che reiteratamente si svolgono sotto i nostri occhi, continuamente. Senza mai fermarci un attimo. Però da casa. E in forma anonima, possibilmente, perché sarebbe proprio da stupidi passare un guaio per niente. Cambiare le cose qui, significherebbe dare vita ad una nuova specie di essere umano. Ma non ripartendo da zero. Se fosse così facile, qualche campanilista stufo a cui hanno ammazzato il figlio o incendiato il ristorante, avrebbe già riunito tutta l’intellighenzia e tutta massa informe popolare in un’unica piazza (adescandoli magari con la presentazione di Cristiano Ronaldo, acquistato con un blitz notturno da Italo Allodi risorto per l’occasione) e fatto esplodere un quarto dei botti sequestrati il dicembre scorso, così da radere al suolo il 95 percento di questa assurda stirpe. Ma l’ex ristoratore lo sa che servirebbe a poco. Lo sa che è colpa di questo mare, di questo sole, se siamo così. Colpa di questi vicoli stupendi che deturpiamo col nostro stesso letame, di questa luna che da qui sembra che la guardi attraverso una finestra del paradiso, per quanto è grande, per quanto è bella. Colpa del sale che s’alza dal mare infame, infamato da noi, così bello che s’ondula lungo le nostre bellissime coste deformate dai detriti e dall’amianto e dalle buste piene di panini mozzicati, se siamo così. Quel mare infame, che azzurro nessuno se lo ricorda più. Se siamo così, ed è così che siamo, la colpa è di queste canzoni che si cantano in tutto il mondo da più di cento anni; delle poesie dei nostri poeti, dei quadri magnifici di Salvator rosa, delle parole di una greca napoletanizzatasi senza alcuno sforzo, che coniò proprio una strana parola: indignazione. E tutti coloro che sembrano arrivare a valere qualcosa, e che sono nati, formatisi in questa città, per tale parola sembrano costretti ad emigrare. Andare via. Cambiare aria. In uno strano gioco delle parti, i migliori, coloro che potrebbero provare a cambiare le cose o a darci almeno gli strumenti, vanno via; esulano. Vanno a fare le fortune di altre città, meno gloriose, meno belle, Paesi dove si parlano lingue strane e dove torturano ancora le persone. Ed è questa la cosa più bella. Le nostre illustri menti, le nostre anime meno tronfie, vanno a vivere e a contribuire allo sviluppo di città e paesi dove il peccato più veniale è la meschinità. Paesi dove puliscono i neri con lo spirito, o tagliano la testa agli uxoricidi. E noi da qua ci indigniamo pure per le cose che succedono lì, sia chiaro. E ci sentiamo persino meno soli, parlando di quanto tutto il mondo sia paese, e non importa se il mondo tutto va a quel paese, purché quel paese non sia il nostro. Questa nostra vile cittadina, di cui sappiamo tutti i difetti e talora i pregi, da cui quelle menti scappano, così che ci restiamo solo noi, così indaffarati e inutili da far arrossire le mosche. Le tantissime mosche che brucano nella spazzatura di ogni strada, di ogni piazza, di ogni seduta municipale. Quelle menti, quei possibili fiori all’occhiello di una razza intera (loro si professano napoletani quando qui splende il sole; noi li chiamiamo napoletani, quando su di loro splende il sole) se ne stanno lontani da noi, guardandoci indignare e indignandosi a loro volta. Un esercizio fetoso fatto di ciarpame e piagnistei. Di rivoluzioni annunciate e mai attuate, di cambiamenti declinati ormai soltanto nelle più vili fantasie dei fantomatici irriducibili. Ma sappiamo indignarci come nessuno mai, da queste parti. Sappiamo cosa vuol dire girare la faccia, quando questa è chiamata veramente a dare risposte, e muovere un dito.
Però ora la conosciamo tutti questa parola, questa sensazione, e ringraziamo Matilde Serao perché è grazie anche a lei che ora sappiamo indignarci. E non significa niente il fatto che restiamo immobili. A guardare. Indignarsi è il primo strumento per un ribaltamento totale o parziale di tutte le cose. Peccato che qui da noi pare che sia l’unico; ma non potete chiederci tutto. Del resto, siamo soltanto napoletani, e per questo forse, le uniche vere vittime di questa splendida città.
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giovedì, 30 aprile 2009
Sento sempre dire che qui da noi è impossibile vivere. In realtà non ho nulla da eccepire su quest’affermazione, ma c’è qualcosa che mi fa pensare. Starsene qui spesso diventa impossibile, non c’è dubbio: le mattine che cominciano col risveglio dei fruttivendoli ancor prima del rumore dei gas di scarico, le urla dai balconi di tutte quelle donne che devono inventarsi una giornata da vivere e mantenere le tradizioni, le strade accozzate di gente che si finisce per tamponare l’un l’altra e sembra tampinarsi per rubarsi la borsa a vicenda, i vu’ cumpra’, i falchi, i motorini come rasoi che ti passano ad un pelo dal viso, i tassisti più indisciplinati del mondo (se non siete stati a Calcutta), i borseggiatori, gli zingari, i lavavetri, gli alieni, i guappi che ti guardano come se volessero rubarti l’anima perché non sanno che te la sei già venduta per riuscire a vivere qui, in pace. Perché qui c’è da perdere la testa, tanto che c’è da girarla dall’altra parte. Ma chi riuscirebbe a viverci in un posto dove sai di poter morire soltanto perché non cammini ad occhi bassi? E allora non lo sai. Chi potrebbe fare finta di niente, sapendo che per avere ciò che spetta di diritto bisogna pagare qualcuno per far sì che quel diritto si concretizzi? E allora lo fai anche tu, così che diventa normale, così che è come il fatto dell’uovo e la gallina, e chi è nato prima alzasse la mano.
È come se ti spettasse niente qui. Come se ci stessimo rubando gli anni. Li stiamo rubando a qualche assessore, a qualche dottore dell’Asl, a qualche giudice, a qualche medico, a qualche infermiere, agli spazzini, ai politici, soprattutto ai politici, ai mafiosi quelli tosti e seri, ai guappi nelle A3 nere che si svegliano a mezzogiorno perché di notte ti portano la roba fino a sotto casa. È come se noi che ci vivessimo, avessimo ideato, testato e approvato, un sistema clientelare che regola le più normali (e anormali) azioni compiute nella quotidianità. E questo modus operandi, ce lo portiamo ovunque. Non ci lascia mai. Ad esempio io, quando mi trovai ricoverato in una nebbiosa località lombarda, prima di una difficile operazione e conscio di dover affrontare una lunga degenza, mi informai delle marche di sigarette che fumavano tutti gli infermieri del mio reparto. Più quelle dei medici, degli anestesisti, e persino delle due caposala austere e gelide come i venti che circolavano da quelle parti. Ricordo che quei 600 euro circa, non mi pesarono in alcun modo. Per me era normale ungere gli ingranaggi. A modo nostro, sia chiaro. Perché da queste parti le mazzette le pagano soltanto le solite persone; i costruttori per gli appalti, i commercianti per le licenze e i politici per farsi eleggere. Noi, in quanto popolino, ci limitiamo a delle piccole attenzioni (cesti natalizi, telefonini, biglietti per lo stadio, sigarette, cesti pasquali) che fungono da rasserenatori di coscienza. “Se muoio, significa che così doveva andare”, perché ti senti apposto. Persino con Dio. E allora, prima dell’operazione, io SAPEVO che ognuno avrebbe fatto il suo dovere, e il fumo catramoso che sarebbe uscito dalle loro bocche di lì in avanti, per qualche giorno, sarebbe stato il mio lasciapassare dai cunicoli dell’imperizia o addirittura dai meandri della sfiga.
Nei momenti di lucidità non ci resta che piangere, ma dura poco perché, e lo sanno tutti, noi ridiamo sempre. Anche quando ci lamentiamo. Persino gli idealisti, i “complottisti”, i rivoluzionari, anche loro alla fine ridono. Se la ridono. Perché basta una giornata di sole, un’ora di musica fatta bene, un gol insperato, e tutto torna com’era quando noi non c’eravamo ancora. Sulla terra.
E questa, si badi, è la nostra più grande forza. Centrifuga. Ci tiene attaccati al fondo, ma vivi. Da morire ci sarebbe e c’è ogni giorno, ma mica sarebbe possibile vivere così. Scendi, e la classica spada di Damocle che pende, che magari non ti fa vedere nemmeno il bel sole che ci sta…
No, non basterebbe qualche anno di piogge continue a farci cambiare. Prima di tutto, la città ingoierebbe se stessa tanto che è fracida, ma poi siamo famosi per non arrenderci mai, noialtri. Siamo capaci di denunciare le magagne che reiteratamente si svolgono sotto i nostri occhi, continuamente. Senza mai fermarci un attimo. Però da casa. E in forma anonima, possibilmente, perché sarebbe proprio da stupidi passare un guaio per niente. Cambiare le cose qui, significherebbe dare vita ad una nuova specie di essere umano. Ma non ripartendo da zero. Se fosse così facile, qualche campanilista stufo a cui hanno ammazzato il figlio o incendiato il ristorante, avrebbe già riunito tutta l’intellighenzia e tutta massa informe popolare in un’unica piazza (adescandoli magari con la presentazione di Cristiano Ronaldo, acquistato con un blitz notturno da Italo Allodi risorto per l’occasione) e fatto esplodere un quarto dei botti sequestrati il dicembre scorso, così da radere al suolo il 95 percento di questa assurda stirpe. Ma l’ex ristoratore lo sa che servirebbe a poco. Lo sa che è colpa di questo mare, di questo sole, se siamo così. Colpa di questi vicoli stupendi che deturpiamo col nostro stesso letame, di questa luna che da qui sembra che la guardi attraverso una finestra del paradiso, per quanto è grande, per quanto è bella. Colpa del sale che s’alza dal mare infame, infamato da noi, così bello che s’ondula lungo le nostre bellissime coste deformate dai detriti e dall’amianto e dalle buste piene di panini mozzicati, se siamo così. Quel mare infame, che azzurro nessuno se lo ricorda più. Se siamo così, ed è così che siamo, la colpa è di queste canzoni che si cantano in tutto il mondo da più di cento anni; delle poesie dei nostri poeti, dei quadri magnifici di Salvator rosa, delle parole di una greca napoletanizzatasi senza alcuno sforzo, che coniò proprio una strana parola: indignazione. E tutti coloro che sembrano arrivare a valere qualcosa, e che sono nati, formatisi in questa città, per tale parola sembrano costretti ad emigrare. Andare via. Cambiare aria. In uno strano gioco delle parti, i migliori, coloro che potrebbero provare a cambiare le cose o a darci almeno gli strumenti, vanno via; esulano. Vanno a fare le fortune di altre città, meno gloriose, meno belle, Paesi dove si parlano lingue strane e dove torturano ancora le persone. Ed è questa la cosa più bella. Le nostre illustri menti, le nostre anime meno tronfie, vanno a vivere e a contribuire allo sviluppo di città e paesi dove il peccato più veniale è la meschinità. Paesi dove puliscono i neri con lo spirito, o tagliano la testa agli uxoricidi. E noi da qua ci indigniamo pure per le cose che succedono lì, sia chiaro. E ci sentiamo persino meno soli, parlando di quanto tutto il mondo sia paese, e non importa se il mondo tutto va a quel paese, purché quel paese non sia il nostro. Questa nostra vile cittadina, di cui sappiamo tutti i difetti e talora i pregi, da cui quelle menti scappano, così che ci restiamo solo noi, così indaffarati e inutili da far arrossire le mosche. Le tantissime mosche che brucano nella spazzatura di ogni strada, di ogni piazza, di ogni seduta municipale. Quelle menti, quei possibili fiori all’occhiello di una razza intera (loro si professano napoletani quando qui splende il sole; noi li chiamiamo napoletani, quando su di loro splende il sole) se ne stanno lontani da noi, guardandoci indignare e indignandosi a loro volta. Un esercizio fetoso fatto di ciarpame e piagnistei. Di rivoluzioni annunciate e mai attuate, di cambiamenti declinati ormai soltanto nelle più vili fantasie dei fantomatici irriducibili. Ma sappiamo indignarci come nessuno mai, da queste parti. Sappiamo cosa vuol dire girare la faccia, quando questa è chiamata veramente a dare risposte, e muovere un dito.
Però ora la conosciamo tutti questa parola, questa sensazione, e ringraziamo Matilde Serao perché è grazie anche a lei che ora sappiamo indignarci. E non significa niente il fatto che restiamo immobili. A guardare. Indignarsi è il primo strumento per un ribaltamento totale o parziale di tutte le cose. Peccato che qui da noi pare che sia l’unico; ma non potete chiederci tutto. Del resto, siamo soltanto napoletani, e per questo forse, le uniche vere vittime di questa splendida città.
postato da: alFREDoMele alle ore 10:54 | Permalink | commenti
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venerdì, 20 febbraio 2009
Si dovrebbe iniziare sempre da come ci vedono gli altri. E io a lui lo vedo così: un misto fra Eduardo, Massimo D’alema, Don Peppino il salumiere giù da me e le idee politiche della Lioce. Di Eduardo De Filippo pare abbia anche la capacità di esprimersi in modo pacato, mansueto, parlare len ta men te; apparire umile, indifeso, cosciente di come va il mondo ma con l’occhietto di chi sa sfangarla senza alcun problema; e queste cose, l’ho capito poi, sono alcune di quelle che ti fanno amare dalla claque degli intellettuali in modo assoluto ed idolatrico.
 Di Massimo D’alema non è il baffetto che fa l’analogia. Piuttosto, a mio vedere, ha quel sorrisetto, tenue ma di chi sai ti fotterà. E anche questo amano gli intellettuali, ma questo lo sapevo già. Sì, perché loro amano chi credono furbo; perché loro si sentono furbi. E mai distratti. Nessuno li fotte agli intellettuali; quelli di oggi e quelli di ieri. Non li fotti mai. Probabilmente perché non li trovi     mai. Di solito stanno a casa dietro il monitor, all’università, in qualche associazione culturale o soltanto  sul posto di lavoro. Li trovi anche in qualche locale “fuori moda” di tanto in tanto, ma non è che li noti. Se poi son donne avvenenti che sanno come mettersi in risalto te ne accorgi pure, ma varrà poco ciò che hanno nella testa, e l’uso che dovranno saper fare con essa sottintende ben altro che sillogismi o filosofiche dissertazioni.  
 Di Don Peppino è semplice: ha la curiosità. Don Peppino passa più tempo sulla soglia della sua salumeria che dietro al bancone della stessa. Con quell’aria di chi sta lì per caso, non si perde una parola che provenga dal marciapiede o fuori dai negozi adiacenti al suo. Credo onestamente che anche don Peppino sarebbe potuto essere un grande scrittore, ma evidentemente la penna ha preferito tenersela stretta in mezzo all’orecchio piuttosto che altrove. Probabilmente giustifica con se stesso questa sua bramosia d’inciucio con il mestiere che fa: un buon commerciante di zona è necessariamente costretto a conoscere vizi e virtù della sua clientela. Questa non è una regola scritta, ma vale per tutti: salumieri, esattori comunali, parrucchieri, scrittori, prostitute, bancari, etc. E questa cosa, finanche questa, è adorata dagli intellettuali. Sembra strano, ma questa cosa credo sia l’aspetto prominente del loro amore verso di lui. Verso Erri. Erri il parrucchiere, Erri l’operaio metallurgico, Erri il camionista, Erri il salumiere, Erri l’umanitario, Erri il vicino di casa silente, Erri l’uomo vissuto, Erri il pacato, Erri il saggio, il modesto, Erri che ha studiato l’ebraico e lo parla quasi perfettamente, Erri lo spirituale non intaccato dall’ottusità della religione, Erri lo scrittore, Erri il napoletano amato dalla borghesia napoletana, Erri. L’attivista politico.
 
 Perché della Lioce non avrà gli atteggiamenti pubblici, ma le idee sì. Quelle idee che ci portiamo dentro da ragazzi, che poi in un certo senso perdiamo, ma che contribuiscono in modo assiomatico a formarci. È stato uno dei massimi dirigenti di Lotta continua, Erri. Non ho niente da dire contro le ideologie (io stesso ne abbraccio una che a sua volta le abbraccia tutte: sono un patito del Nulla), ma contro gli assassini sì. E persino contro le lobby, che decidono chi deve lavorare, chi deve governare, ma soprattutto CHI DEVE VIVERE o morire. Ma era giovane Erri, e quel po’ di intellettuali che potrebbero restare indifferenti ad un’ideologia con così tanto appeal come il “potere operaio”, lo giustificano con l’aforisma di De Gaulle che recita così: “Essere idealisti a 40 anni è da folli, non esserlo a 20 è pericoloso”. Frase questa che ha il suo peso di verità, ma onestamente io preferisco altro tipo, qualcosa di meno giustificatorio, ecco perché mi rifaccio ad una altrettanto bellissima frase di Mencken: “Un idealista è uno che, notando che una rosa odora meglio d'un cavolo, ne conclude che se ne possa cavare una minestra migliore.”.
 Ecco quindi la ricetta perfetta per una moda anti litteram: una loquacità perbene, concetti pop impartiti con aria vissuta, furbizia, umiltà come panacea, curiosità, una figura anonima ed un passato (dimenticato) da rivoluzionario, ed il gioco è fatto. Condisci tutto poi con un uso proprio ed elegante dei periodi, e avrai il nuovo mito delle (piccole) folle. In pratica si tratta soltanto di contrapposizioni. Le grandi masse contro le piccole masse. Ed è una guerra vera, guai a sottovalutarla. È quasi al pari del bene e del male. Basti pensare che i francesi amano Erri tanto da conferirgli pure un sacco di premi. E i francesi mica sono gli ultimi in quanto a genetica della scrittura. Questo vuol dire ancor di più che il tutto è riuscito a puntino, con tanto di cottura perfetta. Sia chiaro che chi scrive non ha un atteggiamento pregiudiziale nei confronti di Erri. È solo che a leggere la sua roba ci si chiede cosa si sia sbagliato, e quando e come. Ma non tanto in quanto al vivere, sarebbe troppo persino per me persino per Erri, ma in quanto allo scrivere. Qualcuno avrebbe potuto dirmelo. Qualcuno m’avrebbe potuto consigliare di vivere una vita fatta di scelte salvifiche e profilo basso. Perché del resto avere successo è ciò che vogliamo tutti. Gli uomini è per questo che vivono. Sì, qualunque modo. Qualsiasi campo. Se non si riesce in niente, allora finiamo per cercarlo nell’Amore, ma questo avviene spesso quando ormai è troppo tardi. Erri invece ce l’ha fatta altrove. Ha trovato il suo successo fra le lastricate vie dell’oro, percorrendo, pare, quelle dell’oblio e della ricerca. Piace a quegli esseri umani seduti su sedie quasi sempre comode, presentandosi come uno che non si è mai fermato. L’ossimoro nascosto dietro la sua fama è figlio forse di un’innata mancanza di attitudine alla vita di molte persone. Le stesse che si celano dietro l’attivismo studentesco, il nichilismo casalingo, le rivoluzioni di piazza. Purtroppo non ci vedo niente di vero, in questo. Non ci vedo nulla di lucente, accecante, infuocante, in questo. Creare tifosi non è il compito di scrive. Misurare la vita di tutti per capire cos’è stata la propria, non è compito dello scrittore. Non dovrebbe. Un dolce stil novo fatto di iperboli cittadine, di metafore ritte e immobili come i palazzoni dietro cui si nascondono, non edifica niente. Né distrugge. Ed è questo forse il vero segreto, l’ingrediente oscuro che fa di un di un attivista politico un Re Mida col fascino da guru metropolitano. Chi lo ama lo ritiene untore di verità protette enunciate da pulpiti sotterranei. Chi lo odia né disfa le lodi attribuendolo di un fastidioso riciclo di immagini, convenzioni e forme. Chi ne osserva il fenomeno e basta, perché di leggere ne è semplicemente stanco, si chiede perché mai ci sia così tanta gente relegata ai margini, bistrattata, additata o peggio ancora resa oggetto di ferale indifferenza, mentre qualcuno veramente anonimo raccoglie i frutti da un campo arato soltanto con della semplice aria.
 Ma forse è proprio perché si parla di scrittura, che niente vale o vale tutto: e quindi, ad un frase dello scrittore Erri de Luca, preferisco una di Eugene Ionesco per chiuedere:
“Il successo è la fortuna di essere frainteso da alcune persone influenti.”.  
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giovedì, 12 febbraio 2009
“Quando sei nel deserto, lascia cadere ogni cosa che non sia Dio.”
Charles de Foucauld
 
Alle otto del mattino io non ero morto. La mamma di Roberto sì. Ho sentito mia madre ricevere la notizia per telefono, proprio nella mia stanza; non strillava, ma ho aperto gli occhi e l’ho sentito. È morta dopo un anno di agonia; le macchie nere l’hanno consumata, e proprio come mi aveva detto Roberto - l’hanno finita, dopo averla ridotta a un piccolo mucchietto d’ossa-.
Mi sono riaddormentato.
 
Dopo qualche ora ero di nuovo sveglio. Fine del sonno stavolta. Erano le dieci ed ho deciso di prepararmi. Non sapevo bene cosa fare, allora l’ho chiesto a Claudia. Le ho scritto un sms.
- La madre di Roberto è morta. Saputa la notizia mi sono riaddormentato. Sono una brutta persona? Non so cosa devo fare, aiutami. -
Come logico mi ha chiamato. Era dispiaciuta del mio dispiacere. Roberto è un caro amico, ma la madre doveva morire. Era giusto così. Claudia ha cercato di rincuorarmi, una pratica barbara, ma mi ha anche detto di attivarmi, di non telefonarlo, di scendere e andare coraggioso e occhi bassi a casa sua. Gli occhi bassi sono doverosi in questi casi; la terra contiene tutta la sofferenza, e guardarla ammette il nostro essere prostrato a essa.
Ho riattaccato ma non ho potuto fare a meno di dirle ti amo. Poi nel bagno ho pensato che avrei dovuto risparmiarmelo, almeno stavolta, anche se mi faceva male la schiena e avevo l’anima a pezzi. L’amore era un affare da deboli.
 
Mi sono lavato come tutti gli esseri umani ancora vivi. I denti con calma e il sapone sotto le ascelle. Il resto l’ho lasciato per tempi migliori. Dovevo far presto.
Mia madre mi ha accolto in cucina come un veterano di ritorno dal campo di guerra. Non ci entro spesso, la capisco. Prima ha sorriso forte, e pure le mie zie, intenti ai fornelli con famelica passione hanno cominciato a starnazzare un sacco di gioiosi nipote mio come stai?, ti sei sciupato! e copriti bene che fa freddo!. Poi Lei si è ricordata della tristezza che potevo provare in quel momento, e allora si è incupita. Come a teatro. Non che sia una persona meschina o falsa, ma aveva una pizzetta fritta triturata proprio nella bocca, ed erano le 11 del mattino e non sono proprio riuscito a crederle. Sono andato via, costipato in volto per il troppo rumore. Fuori faceva davvero freddo.
 
Il cielo era nascosto dietro un solito blu. Le macchine gorgogliavano il loro stress per l’essere in strada. Intere famiglie se ne stavano stipate lì, ai miei occhi, senza un apparente motivo. Un bambino aveva la bocca a ventosa su di un finestrino, faceva boccacce mentre una madre parlava a un marito distratto; una figlia guardava lontano. Parevano Anime sottovuoto, pronte ad esondare da un momento all’altro.
Al sole non ci feci caso, soprattutto per via del freddo. Un freddo misterioso, proveniente da chissà dove. Guardai sopra, verso il balcone di casa Manzi; ci scorsi Roberto affacciato, la testa come un ago di bussola che puntava al Nord poiché solo questo poteva. Ritrassi subito lo sguardo, avevo paura di incrociare i suoi occhi da così lontano, tanto da non potergli elargire il mio cordoglio. Cominciai a fumare aspettando Massimo. Appena arrivò dentro i suoi abiti sciatti, avemmo poco da dirci. Salimmo quasi in silenzio.
 
 
Nell’ascensore che ci portò al quarto piano, pensai più di tutto alla paura. La prima che avevo in mente era di non avere lacrime. Bisogna averne in questi casi, dimostrare una faccia triste, prostrata, immutabile. Non basta soltanto l’onestà dell’anima. Sentirsi realmente dispiaciuti, sofferenti, non basta di certo. Non in questi casi, quando incontri le facce dei parenti, degli amici che non sono i tuoi, devi dimostrare qualcosa. Mostrare con forza la propria angoscia, questo ti serve. Perché non puoi capire come ci si sente a perdere una madre, ancora non lo sai, e allora te lo devi immaginare, per rispetto, devi corrucciare il volto, assumere un’espressione di assoluta mestizia. Non è teatro, non è assolutamente artificio. Si tratta di paura. Della paura che tutti hanno nel non soffrire delle disgrazie altrui; che può renderti insicuro, e poi gretto, iniquo e inutile, tanto che finisci per interessarti a quella degli altri. E poi si comincia a giudicare, valutare, sparlare senza riguardo, forse senza alcun rispetto, così addirittura da innescare un meccanismo: nessuno si preoccupa di chi soffre realmente: dei figli, del marito, di quelle persone che ora sono un po’ più sole; del padre di chi è morto, che ho trovato appena varcata la soglia della casa, piegato sulle ginocchia come un peccatore, ai piedi di un letto freddo che conteneva un mucchietto di ossa ingiallite dalla morte, che una volta erano state sua figlia. Un tempo così lontano, mi dissero i suoi occhi.
 
Il primo di una lunga serie di abbracci lo concessi al padre di Roberto. Il signor Manzi aveva gli occhiali gonfi dalle lacrime, i pochi capelli in rivolta da una notte luttuosa. Era grasso e alto, e quando fece per abbassarsi su di me, dalla maglietta slabbrata gli vidi un cuore a pezzi. Non so quanto c’entri l’amore in questi casi, ma perdere qualcuno che hai accanto da più di vent’anni, deve essere davvero dura. Ripeteva dei grazie in continuazione. Era garbato e ostinato, mentre dalle mie spalle sentivo arrivare quella parola ripetuta con abnegazione, quasi come se io fossi lì per resuscitarla. Gli carezzai la testa come a un bambino, gli chiesi di farsi forza, gli dissi che mi dispiaceva, e i miei occhi presero subito a dimostrarlo.
Quando incontrai Roberto, immerso in un corridoio di facce sommesse, piangevo forte e coraggioso. Ne fui felice, ma abbracciandolo tutto si diradò. Un momento di lealtà pervase l’intera casa, ero davvero triste, angosciato, per la sua perdita. Ero quello che si dice il migliore amico di Roberto, e il suo pianto liberatorio sopra le mie spalle era colmo di verità, verità assurda che solo alcune morti possono concedere agli uomini. Alcune persone intorno presero a darmi forza. Mi davano pacche sulle spalle come se fosse la mia, quella madre muta distesa su lenzuola pulite, all’inizio del suo unico per sempre. Mi sentii libero. E la libertà si sa, è una parola che accontenta tutti, anche se non significa niente. Specialmente davanti ad una persona morta.
 
C’era uno strano e atavico senso d’idolatria nell’aria. Sentivo borbottare di santi, medici e destini; tutti parevano avere una buona parola. Tutti quelli che ascoltavano, sembravano uditori attenti di parole piene di grazia. Alle veglie nessuno è fuori posto. Il solo fatto di esserci sembra avvolgere ogni avventore di un umile velo di umanità. Le mani s’incrociavano dappertutto, e i più coraggiosi presero persino a sorridere ai nuovi arrivati, che giungevano come mazzi di rose alle porte della prima ballerina. Solerti e scorrevoli, quell’entrata mi apparve quella di un supermarket con un’offerta da non perdere. Erano tutti impazienti, qualcuno colmo di voluttuosa ansietà nel volere incontrare gli afflitti. Alcuni li vedevo andare a piè veloce attraverso i piccoli corridoi del focolare, occhi di rana tumefatti pronti a condolersi con la prima vittima che capitasse a tiro.
Cominciai a riconoscerne qualcuno. C’era Andrea, lo zio fiorentino di Roberto. Il fratello ben piazzato della signora Manzi. Scarpe firmate edulcoravano i suoi passi, un maglioncino di Kashmir verde acqua lo teneva caldo e sorridente, che proprio non gli davi un’aria funerea. Sorrideva, dietro quei suoi occhialini platinati, tanto che pensai che uno dei due fosse stato adottato. Non volli giudicare lo stato d’animo, ma notai certamente il suo fedifrago modo d’approcciarsi ad alcune colleghe della sorella giunte in quella casa per l’ultimo saluto. Conclusi quel mio pensiero adducendo come motivo per tale atteggiamento la lontananza forzata protrattasi per così tanto tempo: quando è il ricordo di qualcuno che ami e non la sua faccia, la morte probabilmente non trova nulla da uccidere.
 
Capivo bene ora l’importanza degli occhiali da sole. Servivano a tutti, quasi tutti li avevano. Gli occhi hanno da dire molte più cose di noi. La verità spesso è scomoda, e allora tutti preferiscono mascherarla bene; dietro i loro occhiali da sole tutti si muovevano compassati, con ferale calma portavano in dono il loro ultimo saluto che per alcuni era appena il primo. Ce n’erano tanti lì, ne sono sicuro, che mai l’avevano fermata per strada, mai un come stai; vicini che mai si erano fatti imprestare il sale. Andare a casa di un morto è anche piuttosto un avvenimento al quale non poter mancare. Partecipare al dolore altrui in fondo è facile. E poi lo devi fare. C’era persino l’amante del marito della morta. Ci sono proprio tutti alla tua veglia funebre, che è un peccato invece che proprio tu sia costretto a mancare. È strano. Era strano per me sentire tutti quei è meglio che sia andata così dietro i quali ancora, si proteggeva la gente. La capivo tutta quella loro paura, ma non capivo perché continuavano a sfoggiarla in maniera così indecente, così assurda. Tranne i superstiti, tutti emettevano grosse sillabe di marmo, che messe insieme creavano un muro orrendo, meschino, inqualificabile persino per una prigione. Pensai che quando sarebbe morto qualcuno di così vicino a me, mai avrei voluto tutta quella gente per casa intenta a bere caffè e scambiarsi convenevoli, vaneggiando idiozie borghesi sulla Fine o su come ora la famiglia debba farsi forza.
Pare che la speranza la vendano tutti e dappertutto. Le vie d’uscita sembrano essere pane quotidiano; tutti ad acclamare il tempo che passando cancellerà ogni traccia di sofferenza. Per fortuna non udii nessuno accennare al dolore provocato dai bei ricordi.
Non me ne resi conto, ma di un tratto tutto finì. Restammo in otto: io, Mauro, la ragazza di Roberto, e lui con tutta la sua famiglia. Mi spinsi dentro per cercare un accendino. La povera salma sembrò sorridermi.
 
 
Erano di nuovo le otto. Il giorno dopo. Di lì a poco ci sarebbe stato il funerale. La schiena mi doleva per la notte prima. Avevo dormito poco e male.
 
Ieri Claudia mi fu vicina. Nel pomeriggio era venuta su anche lei, per salutare Roberto. Non che dovesse, si conoscevano a stento, ma volle esserci, volle comparire di fianco al dolore del suo uomo. Si piazzò lì, di fianco a me, senza emettere suono. Fu garbata nel mio dolore. Lo conosceva appena Roberto, ma pochi anni prima aveva vissuto una cosa simile; la madre del suo primo amore se n’era andata. In modo simile, per quanto ne so. I poveri muoiono sempre allo stesso modo: i ricchi almeno hanno fantasia. Se ne stette lì, poggiata a me, bellissima e tutta in nero. Una perfetta donna intristita dalla morte. Roberto non se ne accorse logicamente, ma Claudia fu la migliore donna a lutto di tutta la casa. Qualcosa che forse le era congeniale, non so.
La guardavo guardare la gente, immedesimarsi in modo pio nel loro dolore, che per molti di loro io sapevo finto. Forse ritornò nella casa del suo primo amore, perché fu come assente per un sacco di tempo. Mentre cercavo di essere d’aiuto preparando caffè o parlottando di calcio con Roberto, vidi i suoi occhi altrove, percepii lontani i suoi pensieri; la gelosia cominciò a pervadermi come spesso faceva, m’infuocò. 
-         A cosa pensi? –
-         A niente. A cosa dovrei pensare? –
-         Non lo so, dovresti dirmelo tu. –
I suoi occhi si voltarono come tacchi pronti a portarla via, e fu così che una rabbia insoluta mi esplose nel petto, smisi la ragione, la tirai via per un braccio.
-         Su! Ammettilo! Stai pensando a quello, di nuovo, a quando gli stavi vicino… a tutto il resto! –
-         Sei pazzo Fred, che cazzo ti prende? È morta la madre di un tuo amico e tu stai qui a fare congetture su cosa possa mai pensare io? A cosa devo pensare? Mi dispiace per Roberto, per suo fratello, per suo padre, per suo nonno… a questo penso. Sei proprio uno stronzo! –
La guardai con lo sdegno negli occhi, come se l’avessi sorpresa a novanta gradi di fianco la culla di nostro figlio ad ansimare sotto le sferzate del mio migliore amico.
       - Sei una troia, Claudia! È sempre la solita storia… -
Reagì come doveva. Mi sputò in faccia qualcos’altro e il suo odio, s’infilò il cappotto e lentamente corse via per non destare nell’occhio. Per un attimo mi proposi di raggiungerla, ma c’era già un morto di là; pensai che per oggi potesse bastare.
Dopo dieci minuti provai disgusto. Per me, per lei, per tutti gli ex ancora vivi sulla faccia della terra. Per l’egoismo che sostituiva dentro di me la leale compassione per Roberto con il meschino odio verso Claudia. Provai disgusto soprattutto per me, e per quell’altra ora che passai in quella casa col pensiero totalmente rivolto a dove fosse Claudia, se pensava a me o a quel ricordo ancora forte anch’esso orfano di una madre.
 
La notte era passata insonne, tormentata, ma poi chiamò.
-         Dai facciamo pace Amore. Mi manchi. –
Per fortuna non avevo scelta, potevo soltanto amarla una così.
-         Mi manchi anche tu. Sono stato uno stronzo. Lo sai che impazzisco se ti sento lontana. –
-         Ero soltanto triste, Fred. Triste per chi muore, triste per chi resta. Non puoi credere che pensi a lui ogni volta che giro la faccia..… -.
-         Beh, probabilmente hai ragione, ma tu cerca di girarla il meno possibile… -.
Fui risoluto con punte d’incazzatura ma Claudia sembrò comunque accettare di buon grado le mie gelose e stupide richieste. Ci scambiammo qualche piccola carezza rincuorante, e poi attaccai per via dell’imminente funerale. Posai stanco e ancora innamorato. Claudia proprio non ne voleva sapere di assecondare la mia pazzia. L’amore bastava per tutto, bastava soltanto quello per asfaltare ogni santo giorno. L’amore, qualche volta, bastava davvero per tutto.
 
Scesi assonnato e stanco. Una vecchia indolenza mi vestiva ancor più del lutto. Erano le 10 e 45 e dal palazzo di casa Manzi vidi venir fuori uno stuolo di persone a capo chino e abiti monocromatici. Scorsi parecchie facce viste il giorno antecedente; cercai subito d’accodarmi alla parata della Morte, in marcia verso la chiesa. M’incolonnai fra la vicina di casa mora e procace dei Manzi e i proprietari della salumeria di zona: due simpatici vecchi puteolani con la faccia di mozzarella e i capelli bianchi. Portai le ruote da solo per un po’, fino a ché Sandro non mi si mise dietro.
-         Lascia fare a me, Fred. –
Così feci, perché ne avevo bisogno. Ero stanco sino all’osso, e avrei preferito di gran lunga avere Claudia di fianco. Roberto lo vidi davanti a tutti, come conviene nella classifica del dolore. Si teneva stretto al fratello, un bravo e timido ragazzo troppo strano e taciturno per resistere in questa vita. Di schiena nessuno piangeva. C’era molta gente, ma non così tanta. Quando spesso immaginavo il mio funerale, ne ammassavo centinaia, migliaia forse, tutti piangenti e prostrati alla mia grandezza; una grandezza umana e intellettuale che mi auto attestavo, cosa questa tra le più assurde del mio sognare.
Percorrendo Via Hemingway, capii perfettamente l’espressione religioso silenzio. Il rumore dei passi si confondeva con il nervosismo delle auto che precedevano il piccolo corteo. Giunti alla chiesa, scelsi di non entrare. Non era il mio spettacolo, io potevo morire in qualsiasi altro momento. Mi sentii persino invidioso nell’assistere a tutte quelle dimostrazioni di rispetto. Cominciai a fumare, guardando negli occhi gli altri indolenti. Non capivo. Non capivo perché è soltanto da morti che finiamo per interessare alla gente. Da vivi passiamo spesso inosservati, o peggio diveniamo soggetti di critiche e malevola indifferenza. Conoscevo poco la signora Chiara. La conoscevo come puoi conoscere la madre di un tuo amico, una signora di quartiere. Era sempre gentile con me, da quando ero diventato grande. Da piccolo pare che non vedesse di buon occhio il fatto che mi frequentassi con Roberto, ma di questa cosa non gliene ho mai fatto una colpa. Sapevo che era un po’ pazza. Tutti lo sapevano. Ma quella pazzia a me piaceva. La rendeva, ai miei occhi, vera. Urlava per le scappatelle del marito, fracassava bicchieri e piatti dentro i muri inermi. Un giorno, mentre io e qualche altro eravamo di sotto, lanciò dal balcone il cellulare del marito, che per poco non si ruppe sulla mia testa. Ricordo che alzai gli occhi ridendo, sperando che un giorno Claudia non si trovasse mai a scoprire un mio tradimento.
Dalla Chiesa uscirono tutti con in testa la bara. Mi feci da parte, ma subito fuori Roberto venne verso di me, piangendo ancora, abbracciandomi ancora e io ancora piansi. Ancora qualcuno mi rincuorò, e allora mi convinsi che forse ero davvero morto anch’io.
Mentre il carro funebre fuggiva via, dalla strada comparve un lugubre chiacchiericcio di convenienti formalità che fece incetta dei cuori e si sostituì a tutta quella che ora apparve gretta tristezza. Salutai qualcuno, e mi diressi verso casa insieme agli amici di sempre. Ci fermammo per un caffè, e le chiacchierate ripresero a farsi vive come se nulla fosse accaduto. Persino Roberto denunciò una discreta sofferenza a farsi trovare triste. Finimmo per parlare di calcio, di donne (d’altronde le madri smettono di essere donne), di qualsiasi altra cosa.
 
A casa ricorsi allo specchio. La vita stava invecchiandomi senza avvisarmi; qualche capello bianco, la bocca increspata più del mare, lo sguardo cupo di chi è stanco di guardare; non c’ero più io riflesso in quello specchio, non almeno l’io che ricordavo di essere. Poi si erano messe pure le donne, i dadi, i tuoi genitori, le attese, le morti, i sogni; tutte partecipavano al tuo declino, inconsapevoli le une delle altre, e per questo ancora più distruttive. Qualcuno assennato mi diceva ‘fregatene’. Io mi rispondevo che sfidavo chiunque essere umano che se ne fregava delle cose cattive, a godersi quelle buone. Era un naturale meccanismo che ognuno di noi possiede. Senza capire l’une, non potevamo godere delle altre. Potevi ritenerti soddisfatto se le cose che ti consumavano erano più lente di quelle che ti avrebbero ammazzato.
Il male della signora Chiara ci ha messo un anno a fiaccarla. Spero che in tutto questo tempo lei abbia continuato a sentirsi viva. Come mi sento io, quando batto questi tasti nella speranza che i ricordi non si mescolino con l’onestà. È una necessità per me, persino davanti ad una cosa così tragica, tragica soprattutto per una persona a me cara. 
Ma non posso farci niente, le cose devo vederle scritte sui miei fogli per avvertirne la consistenza. Ecco perché la madre di Roberto in realtà ha cominciato a morire pochi istanti fa, mentre di me che ne ho scritto, non so cosa dire a riguardo.
 
postato da: alFREDoMele alle ore 15:37 | Permalink | commenti (13)
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giovedì, 25 dicembre 2008

 

Due cani s’accusavano l’un l’altro per chissà quale futile motivo. Negli anni erano diventati troppo simili a noi.

La luce grigia del mattino coperto correva dentro la stanza intonsa; mi affacciai per guardarli, ma riuscii soltanto a vederne il ricordo. Linda era distesa sul letto, accovacciata come un bambino. Vestita soltanto di calzini lavagna, pareva distrutta dal quel sesso stupido e irrispettoso che le aveva donato pochi minuti prima.

- vorrei poterlo fare in modo normale, come un cristiano. Vorrei non dovermi sentire assurdo mentre cerco di tenere alto il mio orgoglio senza pillole, sperando che tu goda, goda davvero… -

Linda se ne stava rannicchiata senza ascoltarmi, né con gli occhi né con le orecchie. Ne aveva sentite già di manfrine del genere. Le mani giunte sotto una guancia, gli occhi semi-chiusi di chi non dorme ma è come se lo stesse facendo. Semplicemente non ci capivamo. Lei non capiva il mio disastro, ed io ignoravo il suo disagio che oramai, volta dopo volta, le aveva spento ogni velleità di godere, di bagnarsi in modo libero, preistorico, innato.

 L’albume del silenzio s’invischiava al sordido cinguettare di miseri uccelli posti lì per un caso, dove non c’era natura ma soltanto pochi rami storni di città. Nonostante fosse così da chissà quanto tempo, non riuscivo ancora a farmene una ragione, ad accettare il disincanto della malattia, lo sguardo fiero che si deve riservare all’altra faccia della medaglia. Il sesso era per me la tomba dell’amore, ma forse ancora qualcosa in più: il ponte più immediato che mi collegava alla reale condizione di diverso, un obliato, semovente semimorto.

Mi rifeci sotto con l’incoscienza di un giovane, le carezzavo i capelli mentre con l’altra mano presi a massaggiarle il pube: cerchi irregolari e scettici di piacere.

Provai a scordare tutto, persino la vergogna del guardarla negli occhi; come un attore di film porno assunsi un’aria compiaciuta nonostante tutto quel niente che provavo a farle. Sotto guardai un attimo, ma con molto ritegno. Sapevo di non trovarci niente, se non una ruga sfilacciata di carne malmessa. Per averlo in tiro dovevo stare steso, di schiena, massaggiarlo per un po’ sperando che la mente si riuscisse a collegare ai nervi della terga nonostante, tutti o quasi, i ponti fossero tagliati. Cervello, midollo spinale, vasi sanguigni, nervi, ormoni e tessuto spugnoso del pene. Questo è il percorso che di solito fa l’amore, che dal cuore parte per arrivare ovunque.

Provai a non farmi distrarre dai limiti della mia tumescenza, continuai a disegnare cerchi concentrici sulla mia donna nuda, la sentii bagnata tutt’un tratto, un lago di piacere, finché non fui distratto dal complicato cammino lineare di un uomo. Ad un passo dal balcone guardai giù, Linda ad occhi chiusi non mi vide mentre mi resi conto che in quel momento avrei potuto fare sesso o pelare patate. Come una donna meccanicamente continuai, la penetrai di indice e medio, distribuivo energie sensate come se avessi un cazzo attaccato sulle mani, un cazzo intelligente che eseguiva movimenti veloci e poi lenti, e poi veloci e ancora lenti, proprio come il mio immaginario creatomi dai film voleva. La bocca di Linda si lasciò andare a sibili di piacere, gli occhi divelti come un paio di lenzuola dopo una notte intensa. Allargò le gambe forse per farmi contento, mi prese la mano e ne guidò il tragitto e le sue traiettorie. Ci stavamo riprovando, durante l’arrivo di tutti gl’impiegati che parcheggiavano l’auto proprio sotto casa mia. Ne riconobbi alcuni, e mi chiesi come fosse possibile che il signor D’andrea potesse arrivare sempre allo stesso fottuto minuto. Alle 18.31 apriva il cancello elettronico dal lunedì al venerdì, cascasse il mondo.

Mi accorsi della sua mano che mi frugava fra le gambe: carne morta. Con un sorriso compassionevole cercò d’elargirmi un amore inutile in quel momento, proprio mentre io le perforavo il ventre con il mio surrogato di pene. Mi guardai e persi ogni briciolo d’amor proprio. Un corpo come questo non ne meritava un altro nudo, a gambe aperte immolate ad esso. Come un automa tolsi la mano, il disgusto per me stesso superava ogni altra cosa.

-         Perché hai tolto la mano? Cosa c’è alFREDo? –

Mi guardai intorno, raccolsi la bacchetta della batteria lanciatami al concerto dal batterista degli Afterhours; Linda mi osservava tra l’estasi e lo stupore. Erano le 18 e trenta passate quando del legno duro cominciò a fare ciò che io proprio non potevo.

Edito su "Di quel Fuoco", Giulio Perrone Editore.

Un regalo non è sempre ben accetto. Specie a natale.

Feliz Navidad.

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giovedì, 11 dicembre 2008
- facciamo come quando ero piccolo mamma, sì? che io ti chiedevo qualcosa e tu mi promettevi che l’avresti fatta avverare, anche se sapevi che nulla avresti potuto, che forse nemmeno il buon Dio… -
Fred non aveva mai avuto trent’anni, e oggi non sapeva proprio se ci sarebbe arrivato. E comunque lo spaventava molto il come.
Fuori pioveva da nubifragio; proiettili d’acqua scavavano pozzanghere ovunque, lasciando incolumi i passanti distratti. Anche dentro c’era l’inferno. Fred non riusciva a venirne fuori. O erano malattie o il pensare ad esse. Girava fra i pollici una serie sterminata di fogli ricchi di dati circa il contenuto del suo sangue, delle sue urine, circa il lavoro dei suoi polmoni, dei suoi reni, della sua vescica che ora, guardandola bene in quell’eco fotografico, gli appariva ancora più malmessa di quanto immaginava.
Sentiva come se le malattie avessero preso dimora fissa sotto il suo tetto. Nella stanza di fianco alla sua. Ogni momento era buono per entrare e accomodarsi di fianco, dentro di lui. Mica era facile dire ‘ora scappo!’. Quell’ospite inatteso ti costringeva a restare lì, lì ovunque fosse. Non lasceresti mai un tuo amico venuto da fuori a casa da solo. Ci vuole educazione, creanza, rispetto. Ecco, le malattie erano per Fred un amico lontano. Uno di cui non scordi mai il tempo passato insieme. Uno che proprio non vorresti sentire la mancanza, ma non ci riesci.
Ce n’erano tanti di motivi per consumarlo, Fred. Come per tutti le donne, il lavoro, l’indipendenza che quando ancora non hai trent’anni la senti forte. Vorresti volare via e chiuderti in casa da solo, fregandotene di chi poi laverebbe i tuoi panni, pulirebbe il tuo pavimento, cucinerebbe i tuoi maledetti toast. Sarebbe carino poterci provare, in fondo. Fred se lo diceva spesso, ma c’erano le malattie, quei reni malconci, quelle febbri insistenti e periodiche come stoici esattori comunali: quando sembravano essersi scordati di te, eccoli bussare alla tua porta con una valigetta di cuoio in una mano e dell’aria nell’altra.
Pioveva ancora una pioggia incessante e mite. La osservava dal balcone un Fred alzatosi dal letto, che si chiedeva se le vite degli altri erano come la sua o poesie di Szymborska, piccole ma piene di significati. L’umanità che vedeva riflessa nella televisione lo accecava. Era impossibile fosse così. Distorta a tal punto da sembrare vera, faceva crescere in lui un rifiuto quasi patologico, che lo portava a chiudersi ancor più in se stesso. Quello che accadeva intorno assumeva un senso soltanto quando decideva di guardarlo. La nascita di un bambino a lui caro, le fughe d’amore di suo padre vecchio insieme a donne giovani, l’incedere del tempo sotto gli occhi di sua madre, la sua donna che andava e veniva, sembravano anche questi avvenimenti di una televisione più vicina ma la cui realtà era comunque sempre dura da accettare, da capire, da non farsi confondere.
Avere meno di trent’anni può significare ogni cosa. Averne passati più di 20 sopra una sedia a rotelle, significa soltanto aver dimenticato il rumore che fanno i tuoi piedi al contatto con la terra. Forse era questo il più grande problema di Fred. Chiuso adesso fra questo miliardo di mura, aveva dimenticato, o forse mai saputo, come esistere. Come accorgersi di essere vivi, di essere li -be -ri. Mille prigioni fra lui e la pioggia. Quella pioggia così reale che anche adesso poteva soltanto guardarla. Meno di trent’anni, ‘tutta la vita davanti’. Non riusciva più a trovarsi negli occhi degli altri, nelle sue parole che infondevano spesso coraggio e miti consigli, ma anche risate e orgoglio e lungimiranza e voglia di crescere e di comprendere e di sapere.
 Molte persone gli riconoscevano un ruolo importante nelle proprie vite. C’era Roberto che aveva cominciato a suonare la chitarra grazie a lui, ad esempio. Lo aveva fatto per permettere a Fred di cantare le sue canzoni. Ora viveva di quello e basta. Di musica e fica, ma quest’ultima non te la suggerisce nessuno. Max non aveva mai smesso di cercarlo. Da quel primo Liceo fatto di dissacranti ore di lezione spese a smontare la rigidità dei docenti che credevano erroneamente che quello fosse il peggio che sarebbe potuto capitargli.   
Sara che se n’era andata dalla vita reale, a quanto pare scappando, ma che comunque continuava a capeggiare nei suoi sogni, che di certo non erano richiami d’amore. Fred lo sapeva che di notte lei ci si sarebbe infilata. Era difficile stargli lontano. Ma pure vicino, tranne che per le malattie. Tranne che per loro, a quanto pareva. Loro c’erano sempre. Conclamate o per il momento solo nella sua testa, loro erano lì, vive, reali, pronte a distruggere ogni cosa, a fermare ogni lavoro in corso. Bloccare ogni velleità, ogni slancio di libertà.

Continuava la pioggia lasciando asciutti soltanto gli ombrelli smarriti. E ora Fred aspettava le due. L’ora del pranzo. Un po’ di pastina, perché non se la sentiva più di mangiare pesante. Non poteva ingrassare, non voleva ingrassare. E si chiedeva di tutto punto perché le malattie non potessero comportarsi come Sara, come Max, come Roberto o Luca, che non potevano prescindere da lui ma si sentivano costretti a farlo, per poter vivere. Lasciarlo solo, una volta per tutte, o almeno per un po’. Lasciarlo solo a sperare e a ridere e piangere come tutti gli altri. A guardare la pioggia che cadeva di continuo e sembrava non smettere mai, ma che prima o poi sarebbe finita.

postato da: alFREDoMele alle ore 10:41 | Permalink | commenti (9)
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